Libera professione e università

Libera professione e università
Libera professione e università

Fascino e stupore tra la felicità di istruire e la felicità di educare e formare

Circa 40 anni di libera professione, con conferenze in Italia e all’estero, lezioni in master universitari, corsi vari, ma sempre di fronte a colleghi già laureati e spesso già super formati e super plasmati. Mi “difendevo” con le mie competenze tecnico-professionali acquisite e legate spesso all’esperienza lavorativa e con le competenze comportamentali legate forse a una buona dose di intelligenza emotiva e di empatia.

Poi, 2 anni fa, il professor Enrico Gherlone, direttore dell’Unità di Odontoiatria all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e magnifico rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele mi propose un insegnamento di ben 62 ore all’interno dell’attività didattica di Clinica odontostomatologica all’interno del corso di laurea magistrale in Odontoiatria e Protesi dentaria, oltre a un rapporto di consulenza clinica presso il reparto dell’Unità di Odontoiatria. Ne fui onorato e accettai con entusiasmo l’inizio di una nuova avventura pensando di puntare sulle mie competenze tecniche. Primo giorno di lezione, diapositive pronte, ma succede qualcosa che non avevo considerato! Avevo di fronte 40 ragazzi di 22 anni, mi sono subito reso conto che mi trovavo in una situazione di rapporto asimmetrico, disarmonico, forse troppo sproporzionato. Proprio in quel momento ho realizzato come il mio compito fosse non solo quello di istruire ma anche di formare, educare e in un attimo, dopo un bel respiro, ho percepito che la mia disciplina tecnica da solo non bastasse, troppo facile parlare solo di numeri. Ho messo da parte le diapositive e il mio inizio è stato: “ragazzi, mettete da parte gli appunti, le penne, i computer, ora vi racconto la storia di chi vi racconterà storie per i prossimi sei mesi”.

Dopo due ore, ho intuito come questa università mi stesse consentendo di realizzare il sogno di un vero insegnante. In un primo momento istruire (dal latino struĕre = costruire), cioè l’acquisizione “teorica” di conoscenza della disciplina odontoiatrica in accordo a un piano di studi accademico predefinito. Ma un insegnamento sistematico diventa cieco, vuoto, inutile senza un secondo momento di formazione, in cui le conoscenze teoriche vengono integrate in un tempo di consapevolezza e poi di competenza e abilità pratica. E a questo punto si assiste alla magia che più mi ha colpito e, sembrerebbe illogico per la mia storia professionale di una vita spesa tra riuniti, chirurgia e corsi privati: la fase di tirocinio pratico. Decine di postazioni pratiche, dal 2° anno il secondo semestre di tirocinio osservazionale e dal terzo anno praticamente sul paziente con tutor al loro fianco in cui vengono trattati tutte le varie discipline odontoiatriche. Il contatto con i pazienti mi ha permesso di poter accedere con i ragazzi a uno step meraviglioso, la fase della “educazione” (educĕre = trarre fuori), step in cui l’odontoiatria si riprende di diritto il suo posto all’interno della medicina intesa nel senso più nobile del termine, con lo sviluppo di qualità morali. Quelle qualità che non devono consentire una “disumanizzazione” dell’atto odontoiatrico, perché il paziente è qualcuno e non qualcosa e loro, gli studenti, sono delle spugne, mi guardano, osservano e forse non intendono bene quanto di straordinario mi stanno trasmettendo.

Mi risulta semplice attraverso il contatto con i pazienti trasmettere, così, ai ragazzi la voglia di osservare e non del semplice vedere, di conoscere, di stupirci, di fare della continua curiosità il nostro modo di intendere questo nostro meraviglioso lavoro.

E così le ore passano velocemente, non esiste la stanchezza dei miei anni, mi sento realizzato, sono contento e gratificato di stare con loro, quando in continuazione mi chiedono consigli su quella terapia; sono tanti, bravi e sono tutti bellissimi e non hanno idea di quanto mi stanno insegnando!