Perché ho scritto “Comunicare è Curare”

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comunicare è curare

In tanti, più vote, mi hanno chiesto per quale ragione mi fossi messo a scrivere un libro dal titolo così singolare.

Il “curare”, infatti, viene comunemente associato a quanto viene posto in atto per risolvere problemi patologici molto “fisici”.

Tali problemi sarebbero, pertanto, da affrontare con procedure operative cliniche altrettanto “fisiche” ben definite: e questo, com‘è ovvio, vale particolarmente per tutte le discipline odontoiatriche. Una notevole variante, a quanto detto, si deve affrontare quando si voglia dare, al termine “curare”, quello meglio definito dalla dizione inglese “take care”, cioè prendersi cura, in quell’ampio senso che oggi si suol definire “olistico”, cioè globale, onnicomprensivo.

Lo spirito del mio testo è appunto questo. Si tratta, cioè, di considerare ogni particolare patologico dell’odontoiatria, dalla semplice carie all’edentulismo totale, come un disagio che il dentista deve affrontare non come sintomo patologico isolato, ancorché molto complicato, ma come danno facente parte di tutto l’insieme psico-fisico del paziente. Per poter realizzare questa complessa procedura non esistono scorciatoie o trucchi del mestiere: è, invece, indispensabile, imparare a comunicare, per essere in grado di conoscere (e curare) al meglio, sia il processo patologico in sé che la complessa realtà psico-fisico-esistenziale dal paziente.

Ecco quindi la ragione per cui, nel testo, spiego come abbia grande valore il modo iniziale di presentarsi al paziente. In questo concetto vanno inclusi sia il primo contatto, per lo più telefonico, realizzato da una segretaria ASO, sia il primo contatto vero e proprio con lo studio, che dovrà essere attuato dal dentista stesso. Questi dovrà presentarsi al paziente mettendo in atto quella procedura che, in un apposito capitolo, viene ampiamente descritta e denominata “empatica”.

Tutto questo esige procedure che vanno messe in atto dopo essere state accuratamente studiate, con grande e raffinata competenza, e nella quale devono convergere sia i dettami del dentista che le capacità esecutive del personale collaborante.

Sempre con spirito realistico occorre inoltre considerare due ostacoli “ab initio”. Il primo riguarda pazienti che non hanno alcuna propensione a dialogare, per i quali tutto ciò che conta è risolvere (magari fulmineamente) il problema prospettato.

Esiste, poi, un altro ostacolo di base, che possiamo considerare opposto al precedente. È quello costituito da colleghi che non amano affatto comunicare, per i quali l’unico problema da risolvere è quello (astrattamente?) obiettivo, che non includa “perdite di tempo” di alcun genere.

Purtroppo quest’ultimo è un approccio che non viene (quasi) mai esplicitato con parole crude, ma che in pratica viene attuato in moltissime sedi terapeutiche mediche, incluse quelle odontoiatriche, ed è alla base di una gran parte di lamentele terminate poi in dispute legali.

Per concludere: è con questo spirito che ho voluto sottoporre alla professione la mia opinione ed il mio consiglio riguardo all’importanza del saper comunicare, con la speranza di essere stato in qualche modo utile all’esecuzione quotidiana del nostro impegno con il paziente, da considerarsi molto più ampio di quanto viene inteso in modo (pericolosamente) tradizionale.