Presentato al ministero della Salute il modello di sanità integrativa ANDI

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modello di sanità integrativa

“L’attuale modello dei fondi integrativi va rivisto in quanto ha dimostrato che non riesce a garantire un accesso omogeneo alle cure per tutti i cittadini e sull’odontoiatria si deve invertire la tendenza che la vuole una specialità medica che non deve riguardare la salute pubblica. La salute orale deve essere un punto centrale di un Sistema Sanitario Nazionale che considera la salute a 360 gradi.”
Questa può essere la sintesi che il ministro della Salute on. Beatrice Lorenzin ha fatto, partecipando alla fase finale e concludendo i lavori del convegno organizzato da ANDI all’Auditorium del ministero della Salute sul tema: “L’odontoiatria e la sanità integrativa”.

L’evento, moderato dalla giornalista televisiva Silvia Bencivelli, ha avuto come obiettivo quello di far comprendere il bisogno e la necessità per i cittadini di risposte in tema di cure odontoiatriche denunciando come il sistema dell’assistenza sanitaria integrativa, nato proprio per “sopperire” alle carenze del SSN per l’odontoiatria e l’assistenza a lungo termine, è rimasto incompiuto, come ha sottolineato il presidente nazionale ANDI Gianfranco Prada allo stesso ministro.

Due i temi di fondo analizzati durante l’evento: la mutata richiesta di risposte in tema di salute orale del cittadino e la necessità di modificare il quadro normativo dei fondi integrativi, che oggi stanno creando disparità di accesso tra i cittadini, impedendo alla maggioranza di loro di poter usufruire dei vantaggi offerti.

Più che mutate esigenze dei pazienti è una vera e propria richiesta di aiuto quella uscita dalla fotografia fatta dal coordinatore del Servizio Studi ANDI Roberto Callioni, che ha evidenziato le difficolta di accedere alle cure odontoiatriche, non solo delle fasce deboli della popolazione ma anche dalla classe media, i “pazienti tipici” dei dentisti italiani.

Italiani che indubbiamente in questi ultimi quarant’anni registrano una salute orale migliore rispetto alle generazioni precedenti, proprio grazie all’attuale modello libero professionale, ma che, come ha ricordato Enrico Gherlone presidente del Collegio dei docenti, oggi proprio a causa della difficoltà di accesso alle cure, sta regredendo e per questo si devono individuare modelli alternativi che aiutino le fasce di popolazione oggi in difficoltà.

Modelli di assistenza che non devono prescindere dal rapporto di fiducia medico paziente in cui il clinico è quello che ascolta il paziente e dopo una attenta visita propone la cura, ha detto il presidente nazionale CAO Giuseppe Renzo, stigmatizzando l’avanzare delle logiche che vogliono il paziente diventare cliente.

Sulla necessità di modificare una norma, quella sui fondi integrativi che hanno creato “gemelli diversi” sono intervenuti Isabella Mastrobuono (docente di organizzazione sanitaria ed esperta di fondi integrativi) e Stefano Castrignanò (docente Luiss Business School).

Gli esperti hanno ricordato gli obiettivi del legislatore nell’istituire i fondi integrativi ed il perché distinguerli in DOC e non DOC, evidenziando come le successive modifiche normative hanno di fatto snaturato gli obiettivi primari impedendo alla maggioranza degli italiani (40 milioni di cittadini) di accedere ai benefici della sanità integrativa oggi utilizzabili di fatto solo dai lavoratori dipendenti (20 milioni) che ne beneficiano attraverso i contratti nazionali di lavoro.

Stortura normativa chiarita da Sabino Cassese (giudice emerito della Corte costituzionale) che ha spiegato come i decreti di modifica delle norme sulla sanità integrativa abbiano creato due modelli che la legge iniziale non contemplava, creando di fatto “figli e figliastri”.

Da una parte i cittadini strutturati con contratto di lavoro che possono ottenere l’assistenza attraverso i fondi non DOC, i quali godono delle agevolazioni tributarie, e dall’altra tutti gli altri cittadini che non possono di fatto accedere ai fondi DOC, perché sono regolamentati da norme sanitarie inapplicabili per il settore odontoiatrico.

Quindi chi aderisce ai primi può accedere alle cure odontoiatriche perché chi le eroga deve avere una autorizzazione sanitaria, chi aderisce ai secondi non può ottenere cure odontoiatriche in quanto le strutture che le erogano devono essere accreditate al SSN.

Decreti di modifica indicati dal prof. Cassese come “illegittimi” perché vìolano l’articolo 9 della norma sui fondi e che possono essere, quindi, impugnati oppure facilmente modificati con un atto del ministero della Salute “che ripristini la legalità”.

Un intervento ministeriale possibile ma non in tempi brevi e non da questo governo, sostiene Franco Condò, referente per l’odontoiatria del ministero della Salute. Un problema di cui il ministero è consapevole e che sarà, però, non facile risolvere, vista l’imminente scadenza di questa legislatura. Modifica della norma che dovrà, ha ricordato Condò, coinvolgere non solo il ministero della Salute ma anche quello dell’Economia e delle Finanze, per valutare eventuali nuovi costi che la norma comporterà.

In attesa delle modifiche che renderebbero deducibili le spese odontoiatriche fino a circa 3.600 euro annuali, per tutti i cittadini che aderiscono ai fondi DOC, ANDI propone il suo modello: Rete ANDI, come ha ricordato il suo presidente Andrea G. Còntini, pronta a prendersi in carico il paziente in modo appropriato, garantendo la continuità della cura della sua salute ed offrendo i propri servizi anche ai fondi ed operatori già esistenti.

Ma la novità viene presentata ufficialmente dal presidente Gerardo Ghetti ed è la FAS- Fondazione ANDI Salute, uno dei soli 8 fondi DOC presenti in Italia, l’unico nato e gestito da medici e non dal capitale. Un fondo che garantisce al paziente la cura in base alle sue esigenze cliniche e non sulla base di un elenco di prestazioni che il paziente deve scegliere per poter ottenere gli sgravi fiscali. Il modello di sanità integrativa proposto da ANDI, ha ricordato Ghetti, consente di effettuare un piano sanitario individuale, di prendere in carico il paziente secondo le sue reali esigenze cliniche e non secondo logiche basate su accordi contrattuali o di cure spot.

I presidenti di ENPAM e CONFPROFESSIONI, Alberto Oliveti e Gaetano Stella, hanno illustrato bisogni e proposte di sanità integrativa delle loro realtà.

Un tema quello della gestione dei Fondi toccato durante la tavola rotonda anche dal senatore Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, nonché profondo conoscitore della materia. Serve superare la disciplina ideologica tra fondi DOC e fondi non DOC ammettendo chiaramente che il modello attuale non funziona, ha affermato Sacconi, il quale vede come modello ideale una formula che preveda un 50% di prestazioni integrative e l’altro 50% di prestazioni funzionali al SSN.

Per il senatore Luigi Gaetti (medico, esponente del Movimento 5 Stelle) si deve invece ripensare a tutto il modello di assistenza pubblica, che non si basi sul pagamento delle cure ma sul mantenimento della salute. ●