Progettare lo studio dentistico: quali accorgimenti adottare?

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Progettare lo studio dentistico

In fase di progettazione di uno studio odontoiatrico risulta evidente come oggi si ponga molta attenzione ad un risultato complessivo in cui si coniughino in armonia ergonomia degli spazi, funzionalità ed immagine. Partendo dal layout generale e scendendo di scala la stessa attenzione deve essere posta all’interno dell’area clinica e quindi agli spazi in essa più utilizzati: studi operativi e sala di sterilizzazione. Attrezzature ed arredi clinici presenti in questi spazi dovranno efficacemente rispondere ad esigenze specifiche dettate sia da concetti di ergonomia pratica sia da personalizzazioni che a buon diritto l’odontoiatra ricerca per garantirsi un ambiente di lavoro sicuro, funzionale e “su misura”. A volte le personalizzazioni assumono anche carattere di natura economica: tutto è possibile, ma non perdendo mai di vista le caratteristiche di robustezza, facilità di sanificazione e versatilità di impiego che dovrebbero aiutare l’attività lavorativa costantemente e per lungo tempo. In tal senso apprezzo l’attuale grado di buona affidabilità raggiunto dai prodotti di serie in cui si notano anche i risultati di ricerche affinate sul campo. Non è una questione solamente commerciale: per gli arredi non clinici dello studio (reception, mobili contenitori,scrivanie ecc.) è possibile avvalersi della collaborazione di artigiani di elevata esperienza con cui poter costruire manufatti di ottima qualità pur consentendo maggiori libertà di realizzazione. Nell’ambito dell’area clinica è apprezzabile la garanzia di un prodotto seriale che è stato progettato per scopi specifici e quindi controllato ed affinato nel tempo. All’interno degli studi operativi frequentemente si sospende la continuità di immagine degli altri spazi ed è possibile costruirne una diversa in equilibrio tra doverosa funzionalità ed ergonomia, ma pensando anche all’impatto sul paziente nel momento, non facile, dell’accesso al riunito. Se consideriamo poco praticabili i tentativi di materiali, luci e colori stravaganti nell’intento di evocare spazi di altra natura, lasciamo che l’ambiente si dichiari quale studio operativo a tutti gli effetti, tranquillizzante nelle sue linee pulite e capace di infondere sicurezza per l’accuratezza di realizzazione. Inoltre ben personalizzato dal medico che dovrà decidere tutta la composizione per quanto concerne tipi di cassettiere, di ante e quantità di arredi necessari. Ricordo alcune caratteristiche di carattere generale:

  • i mobili sospesi facilitano sicuramente le operazioni di pulizia dei pavimenti ma richiedono validi supporti per l’installazione: da tenere presente in caso di pareti in cartongesso (il discorso vale anche per i pensili);
  • anche nelle composizioni che appoggiano a terra, i servomobili, spostandosi agevolmente, aiutano in tal senso;
  • la scelta dei materiali influenza indubbiamente i costi, specialmente pensando ai top valutiamo bene il rapporto con le prestazioni offerte (è intuitivo ad esempio che meno punti di giunzione ci sono e meglio si potrà facilmente sanificare);
  • decidiamo se la composizione dovrà contenere computer o se saranno appesi a parete prima di decidere la composizione;
  • la rubinetteria deve sempre essere a comando e non manuale;
  • informiamo il progettista per gli impianti elettrici (in caso di mobili metallici) della composizione che si intende installare per capire se tale massa estranea debba essere collegata o meno all’impianto di messa a terra;
  • verificare che la composizione non vada a coprire previste posizioni di prese elettriche: quelle ad altezza 30 cm in genere sono previste solo dietro a servomobili. Importante una adeguata dotazione sopra il piano di lavoro;
  • dal punto di vista estetico oggi le ditte produttrici propongono una variabile estremamente ampia di possibili finiture e colori, partendo dal classico “tutto bianco” a colori da gestire in abbinamento all’ambiente e magari anche al rivestimento del riunito;
  • tali personalizzazioni sono sempre più possibili anche per varietà di forme ed ipotesi di utilizzo. Interessante la possibilità di codificare i tray in uscita dallo studio verso la sala di sterilizzazione per un rientro più ordinato.

Passiamo alla sala di sterilizzazione: il paziente non entrerà mai, ma spesso la si sottolinea e la si vuole almeno parzialmente a vista, ad esempio con vetrate al posto di una semplice porta di accesso.

Nulla di eclatante, il concetto è simile a quello dei ristoranti con cucina “a vista”, ma è autoreferenziale poiché conferma ai pazienti che concretamente si provvede alla loro sicurezza, cosa magari non ancora ovvia per tutti.

Quindi una certa logica estetica sarebbe comunque da perseguire: la classica composizione con colonne, basi e vetrine pensili è già di per sé appagante. Importante è la dotazione di luci sottopensile in quanto la luce zenitale, per quanto diffusa e relativamente potente, non evita un fastidioso cono d’ombra creato dall’operatore sul piano di lavoro.

L’ampiezza di tale sala è ovviamente variabile in base alle esigenze di studio, al numero di riuniti da servire e alla mole di lavoro da svolgere.

Ricordo che, una volta che si dispone di adeguato spazio di manovra, non contano i metri quadrati di superficie ma la lunghezza dei piani di lavoro. Ho notato che per poter utilizzare tali piani in modo ordinato, e per appoggiare tutte le apparecchiature necessarie e mantenere una sufficiente distanza tra reparto sporco (zona lavello) e pulito (zona autoclave), la misura minima accettabile è intorno ai 3,5/4,0 ml. di sviluppo in studi di piccole dimensioni. Prima di decidere è bene confrontare spazi disponibili ed attrezzature richieste perché poi il protocollo di sterilizzazione che si intende seguire (obbligatorio) dovrà corrispondere alle operazioni effettivamente svolte.

I piani di lavoro hanno una profondità superiore a 60 cm e consentono quindi una buona superficie di appoggio, ma spesso i mobili sotto ai top hanno profondità di circa 50 cm, essendo derivati dalla produzione di serie.

Ciò implica una minor possibilità di stoccaggio ma in compenso facilita i vari collegamenti interni (ad esempio tra autoclave e trattamento acqua o anche da quest’ultimo al lavello o alla distribuzione aria compressa), anche quando si vogliono cambiare disposizione ed arredi della sala di sterilizzazione limitando modifiche murarie ed impiantistiche.

La rubinetteria deve essere a comando non manuale, anche semplicemente a leva clinica. Generalmente si prevede la dotazione di un frigorifero, meglio a temperatura controllata.

Per una corretta programmazione degli arredi è bene definire dall’inizio la modalità di trattamento dell’acqua e l’autoclave che si intende adottare per scegliere le opportune apparecchiature e prevederne gli appositi spazi.