Il principio di “less is more” almeno nell’accezione che privilegio, si basa sull’idea che la semplicità, ossia la rimozione degli elementi superflui, comporti una maggiore efficacia e un miglioramento delle caratteristiche di sostenibilità. Limitando così la percezione che quella determinata soluzione terapeutica possa essere altamente sensibile alle capacità tecniche dell’operatore, estremamente costosa, dotata di una curva di apprendimento molto ripida, e soprattutto funestata da una bassa prevedibilità di risultato nelle mani di un operatore non particolarmente talentuoso e tecnicamente dotato. Tutto questo a discapito dell’accesso e delle qualità delle cure che abbiamo l’obbligo di estendere quanto più possibile alla popolazione.
Quest’anno celebriamo il 25esimo anniversario dalla istituzione del Centro di ricerca per lo studio delle malattie parodontali e perimplantari dell’Università di Ferrara, da me fortemente voluto e poi diretto per questo quarto di secolo. L’attività di ricerca clinica del centro ha sempre avuto nella “semplificazione” delle procedure, in particolar modo quelle atte alla ricostruzione dei tessuti di supporto del dente o dell’impianto, un focus di particolare interesse. Ne sono esempi, la manipolazione del lembo chirurgico per l’ottimizzazione della rigenerazione dei difetti intraossei, il cosiddetto single flap approach, introdotto da noi nell’uso clinico nel 2007 e oggi una possibilità terapeutica riconosciuta anche dalle linee guida cliniche recentemente redatte dalla Federazione europea di parodontologia e implementate, grazie alla collaborazione tra CAO e SIdP, per la professione in Italia. Ovvero, la smart lift technique, una procedura semplificata per il rialzo del pavimento del seno mascellare ideata nel 2010, caratterizzata da un accesso chirurgico estremamente contenuto, effettuato dalla cresta ossea edentula contestualmente al posizionamento dell’impianto. Per proseguire, poi, con la tecnica S.P.A.L. (sub periosteal augmented layer), che consente di ottenere, attraverso la semplice manipolazione del lembo di accesso chirurgico effettuato per il posizionamento dell’impianto, un sostanziale miglioramento del fenotipo perimplantare in presenza di deficit osseo attorno all’impianto.

Più recentemente, inoltre, abbiamo introdotto la tecnica B-ARP (biologically-oriented alveolar ridge preservation) in cui l’utilizzo combinato ma “topograficamente” mirato dei device rigenerativi (fleece di collagene e xenoinnesto particolato) consente di semplificare la procedura per il mantenimento di adeguate dimensioni dei tessuti perimplantari duri e molli anche in alveoli parzialmente compromessi.
Tutte metodiche ampiamente validate e sostanziate da una rilevante produzione scientifica che ha dimostrato (cosa assolutamente fondamentale quando si propongono soluzioni alternative allo standard of care) un’efficacia clinica sovrapponibile o addirittura migliorata rispetto alle procedure convenzionali. La mantenuta efficacia a fronte della semplificazione trova ragione nel fatto che queste procedure tendono a soddisfare maggiormente i requisiti biologici alla base del processo rigenerativo, migliorando, ad esempio, le condizioni di stabilità della ferita. Semplificazione diventa, in questo senso, sinergia tra caratteristiche dell’atto chirurgico e principi biologici che governano il processo di guarigione.

Il termine “semplificare” applicato a una procedura chirurgica rigenerativa, estendendo la sua accezione etimologica (dal latino: simplex facere), è dunque considerato come processo che porta al miglioramento delle condizioni cliniche del deficit tessutale garantendo requisiti più favorevoli per il paziente (in primis) e per il professionista. Nonostante i termini “semplificazione” e “minima invasività” abbiano tendenza a essere considerati sinonimi, nella nostra concezione il “semplificare” implica un concetto sostanzialmente più ampio. Certamente, per il paziente una procedura semplificata determina un ridotto impatto sulle attività quotidiane e una riduzione del dolore e del discomfort postoperatori (con necessità di minor utilizzo di farmaci). Per l’operatore significa ridurre/semplificare lo strumentario, ridurre i tempi operatori, e quindi impattare favorevolmente sulla componente economica della procedura.
Una cosa va certamente detta (da docente universitario e da futuro presidente di una società scientifica quale SIdP, che ha nella formazione professionale continua uno dei maggiori asset): “semplificazione” non è affatto sinonimo di “semplicità”. Le procedure in oggetto sono comunque atti invasivi che necessitano di grande attenzione in fase di pianificazione diagnostica e di un’accurata esecuzione chirurgica. Ne consegue che occorre comunque intraprendere un percorso di training appropriato, fornito secondo le modalità più opportune da provider formativi istituzionali o qualificati, per garantire successo e sicurezza ai nostri pazienti.




