A cavallo tra tradizione e cambiamento

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Qualche giorno fa ho finito di leggere lo splendido libro di Fabio Caressa, uno dei più amati giornalisti sportivi italiani, intitolato:
“Sono tutte finali. La vita è una partita che tutti possiamo vincere”.

Un testo agile, leggero e simpatico che, fin dalle prime battute, ti fa intendere che, attraverso aneddoti sportivi, si andranno a toccare temi molto profondi nella crescita personale e professionale.

Uno di questi viene presentato immediatamente al capitolo 1, quando si parla del difficile rapporto tra tradizione e cambiamento, e di come questi due aspetti sono stati sfruttati dagli allenatori delle varie squadre di calcio, di club o nazionali, in Italia e nel mondo, per raggiungere risultati sorprendenti e a volte insperati.

Una delle riflessioni più importanti che fa l’autore è quella che tutti noi, per quanto possiamo vantarci della nostra indipendenza intellettuale, siamo alla fine il risultato di una miscela di geni ereditati dai nostri genitori, dell’educazione ricevuta fin da piccoli e dagli influssi sociali e culturali dell’ambiente in cui siamo vissuti.

Questo è un processo “formativo” inconscio che dura dalla nascita all’adolescenza, fino all’età adulta, che poi tende a cristallizzarsi negli anni della maturità a meno che non si verifichino degli eventi traumatici che ci obbligano a cambiare radicalmente stile di vita.
Rubo una frase a pagina 12 che enuncia: “Le conversioni sono miracoli poco significativi sul piano della statistica ma reali quando avvengono”.

Questo significa che le scelte che prendiamo nella vita e le azioni che poniamo in essere nel tempo sono in gran parte determinate dalla nostra storia personale, dall’ambiente sociale (famiglia, lavoro, comunità politica o religiosa) in cui abbiamo vissuto e dalla cultura che abbiamo fatto nostra negli anni.

Un esempio sportivo tratto dal libro è relativo ai due sport “nazionali” statunitensi, il football (non il nostro calcio, ma la versione USA del rugby) e il baseball. Caressa fa un interessante parallelismo tra questi sport e lo spirito pionieristico americano, nato durante gli anni della conquista del West.

Il football prevede infatti di conquistare il campo avversario con lanci della palla in avanti e duri scontri fisici, come sono state le lotte dei coloni americani contro gli indiani nativi per conquistare le loro terre. Il baseball, invece, si concentra sulla difesa della casa base, come avveniva con gli iconici fortini di legno presidiati dalla cavalleria degli Stati Uniti resi celebri dai fumetti di Tex Willer e Kit Carson.

La conoscenza e la preservazione della propria tradizione, a parte spiegare l’origine di molti nostri comportamenti che diamo per scontati, può essere tramutato coscientemente in un punto di forza. Attingendo ispirazione dal retaggio del passato, e rimanendo coerenti con esso, si può creare una solida base per resistere alle pressioni esterne, e avere un futuro di successo.

Questo vale nelle società umane più complesse, come gli stati nazionali, ma anche in quelle più piccole, come la famiglia o l’attività professionale.
Parlando di quest’ultima, dobbiamo sempre rapportarla alla società in cui si vive. La realtà sarà diversa se si applica in Cina, negli Stati Uniti, o nella nostra Italia. Di certo non si può replicare nel nostro Paese un approccio all’americana come se il nostro studio odontoiatrico si trovasse ad operare negli Stati Uniti. Il substrato culturale italiano, le sue leggi e normative, il suo stesso mercato pensa e agisce in maniera differente.

Il rischio sarebbe quello di crollare malamente, facendosi parecchio male, nella vana ricerca di imitare azioni di successo sviluppatesi in un ambiente socioculturale ed economico totalmente differente.

Allo stesso tempo, però, non è neanche possibile trincerarsi dentro una campana di vetro fatta di venerazione del solo passato e del rispetto acritico delle regole desuete che regolano il mercato del lavoro del nostro paese.
È un errore comune a molte civiltà un tempo grandi che hanno deciso, dimentiche del fatto che il mondo attorno a loro continuava a muoversi, di aver raggiunto il picco dell’evoluzione, della cultura e della tecnologia, tanto da non aver bisogno di “contaminarsi” con pensieri esterni.

È stato il grande errore della Cina dei Ming, che nel XVI secolo decise di chiudersi ad ogni rapporto con le navi portoghesi, spagnole, olandesi e inglesi, o degli stati musulmani – Impero Ottomano in primis – che negli stessi anni bandì tecnologie rivoluzionarie come la stampa perché contrarie ai dettami religiosi islamici, facendosi entrambi superare dalle più rozze e povere, ma innovative e aggressive, piccole nazioni europee.
La spiegazione di questi fatti è racchiusa in una frase: “E’ quando smetti di creare e inizi a gestire, che inizia la crisi”.

Il più grande esempio dell’evoluzione innovativa applicata a livello nazionale è stato quello del Giappone moderno, che alla fine del 1800 seppe balzare dal più profondo medioevo feudale oramai in crisi alla società industriale nel volgere di appena una generazione. Poté farlo perché riuscì a combinare la forza della sua tradizione millenaria (senza snaturarla o rinnegarla) con il meglio che andò a selezionare dalle migliori esperienze occidentali, creando la grande potenza economica che fu, questo perchè: dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti studiò e applicò la tecnologia navale e l’economia, dai tedeschi e dai francesi il sistema legale e l’esercito.

Il risultato fu straordinario. In appena trent’anni il Giappone diventò una potenza mondiale di prim’ordine, capace di infliggere allo sterminato Impero Russo una duplice e umiliante sconfitta per terra e per mare nel 1905.
Concludendo la riflessione su questo tema, possiamo trarre delle lezioni utili per la nostra vita, personale e professionale.
Conoscere le nostre radici, preservandone i valori più sani e utili, ci fornisce stabilità e forza nell’esistenza.

Le nostre radici saranno però limitanti se non più al passo con i tempi o i mutamenti esterni. È necessario, quindi, saperle vedere sempre con punto di vista critico, mantenendo quello che è utile ed eliminando quanto invece è bene cambiare.
Non bisogna temere il cambiamento, ma sfruttarlo costantemente, anzi bisogna saperlo immergere nella propria tradizione, modulandolo perché possa diventare lo strumento vincente per attuare azioni di valore.

L’equilibrio tra tradizione e cambiamento è una ricerca continua, che perdurerà per tutta la nostra esistenza, perché il mondo è in continuo mutamento, non esiste lo status quo, o si cresce o si declina, non c’è altra possibilità.

Anche nella nostra quotidianità, come odontoiatri, dobbiamo imparare che bisogna comportarsi come un abile timoniere, che asseconda il mare consapevole delle grandi forze che si muovono intorno a lui. Ma, soprattutto, bisogna rimanere ben consci della superiore forza interiore che alberga nella nostra determinazione e volontà, che se ben canalizzata ci porterà a raggiungere le alte mete che ci siamo prefissati per vivere con soddisfazione i migliori anni della nostra vita.