Il dolore dentale nell’antichità: alcuni brevi cenni storici

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Una delle problematiche in campo medico che sin dai tempi antichi ha afflitto l’umanità intera è senza dubbio l’odontalgia; il noto ma drastico proverbio “via il dente, via il dolore” riflette in modo evidente come fosse sempre stato difficile, riguardo a ciò, riuscire a proporre metodiche terapeutiche adeguate. La scoperta della polpa radicolare e coronale è avvenuta in epoca rinascimentale, ma non molti autori misero in relazione il dolore e la sensibilità alla sua esistenza.

È nota già dagli Assiro-Babilonesi la famosa teoria del “verme”, volta a spiegare l’origine della carie e del dolore dentale, che ebbe molta fortuna nelle antiche civiltà, tanto che possiamo ritrovarla un po’ ovunque, dalla Cina all’Egitto, e persino all’America precolombiana. La pratica della medicina era affidata, in pressoché tutte le antiche civiltà, a maghi-sacerdoti, che basavano il loro intervento sulla forza di incantesimi e rituali, capaci di scacciare i demoni presenti nel malato. La terapia prevedeva anche l’uso di veri e propri farmaci, di cui ci restano alcune ricette, preparati con piante medicinali, sostanze minerali e parti animali. Tra esse ci sono radici, foglie, fiori, bacche, oli (cedro, ginepro, cipresso, mirto, lauro), resine (ambra e mirra), succhi e bucce di frutti (agrumi, mele, melograni), narcotici (oppio, canapa, mandragora, giusquiamo), minerali e metalli (allume, ferro, rame), vino, miele. Altra importante e nota fonte storica è il papiro di Ebers, scritto nel 1550 a.C., ma concordemente ritenuto una raccolta di prescrizioni mediche di età precedenti, risalenti addirittura al XXXVII secolo a.C.. 

Tra queste prescrizioni alcune riguardano le affezioni dei denti: non tutte sono tradotte con sicurezza, ma sono identificabili ascessi gengivali dovuti a carie penetranti, ascessi autodrenanti e pulpiti. 

La terapia prevede ricette composte prevalentemente di sostanze vegetali, oli, argilla, miele, silice e verderame, per creare paste e composti da applicare o frizionare direttamente sul dente malato, oppure da masticare. Una delle ricette combatte la “corrosione del sangue nel dente”: forse gli egizi non ignoravano la presenza all’interno del dente di tessuto vivo, ma con maggior probabilità si riferivano alla fuoriuscita di sangue dalla polpa esposta ed infiammata.

Ippocrate (V sec a.C.), fondatore della teoria umorale, tratta anche del dolore dentale. Nel libro De affectionibus si trovano precise indicazioni in caso di odontalgia; la patologia è dovuta all’accumulo di flegma sotto la radice del dente, che necessita, nella maggior parte dei casi, di essere estratto. 

Celso (I sec d.C.), nel De Re Medica, tratta di odontoiatria nei libri VI, VII, VIII; in particolare, nel capitolo IX del VI libro si parla dell’odontalgia e dei rimedi necessari a curarla. Il dolore dentale, secondo Celso, è “fra i peggiori tormenti che possano capitare”; colui che ne soffre deve innanzitutto astenersi dal vino, considerato molto irritante; successivamente mangiare cibo molle per non irritare ulteriormente i denti con la masticazione, fare vaporizzazioni di acqua calda e coprire il capo con la lana. Se il dolore è molto violento e non tende a risolversi con questi presidi, allora è utile l’uso di purganti e di cataplasmi da applicare dentro e fuori la cavità orale. Di questi ultimi Celso fornisce anche la ricetta per la preparazione: radice di giusquiamo, di pioppo e di mandragora con cortecce di papavero, il tutto cotto in vino e miele. 

Tutto ciò deve essere solamente tenuto in bocca e non inghiottito. Un’altra metodica utile è quella di passare l’estremità di uno specillo attorno al dente, dopo averla ricoperta di lana ed averla passata nell’olio bollente.

Claudio Galeno (129-216 d.C.)  ebbe la priorità nel definire la sensibilità del dente: sostenne infatti che gli elementi dentali sono innervati dal III nervo cranico (corrispondente però al trigemino, dato che considerò l’esistenza di sole VII paia di nervi cranici). Ciò determinerebbe la triplice funzione di stimolo sensitivo, dolorifico e gustativo. In campo clinico si occupò, come tutti gli altri autori, principalmente di odontalgia: possono essere utili frizioni sull’elemento interessato di olio e rosmarino, oppure inalazioni di vapore prodotto dalla combustione di semi di giusquiamo. In caso di fallimento di qualsiasi terapia medica, è necessario perforare il dente con un piccolo trapano; ciò permette agli umori che ristagnano al suo interno di defluire, ed inoltre è possibile immettere direttamente all’interno del dente vari medicamenti.