Ho pensato questo articolo, fin dal suo titolo in chiave un po’ provocatoria, politicamente scorretta si direbbe oggi. Sia beninteso: non voglio che nessuno si senta offeso dalle mie parole, il mio scopo è quello di scuotere la coscienza del lettore, col fine di farlo passare a un livello di consapevolezza superiore, perché troppo spesso viviamo dentro a una serie di certezze e verità rivelate da altri che noi diamo per scontate, ma che, in verità, non lo sono affatto.
Siamo in un’epoca che si crogiola nel benessere, un privilegio che, invece di essere un punto di partenza per il miglioramento, è considerato da troppi il punto d’arrivo, diventando una trappola dorata del mondo occidentale. Guardo alle nuove generazioni di studenti e di professionisti, inclusi i giovani odontoiatri che leggeranno questa rivista, e vedo un panorama spesso scoraggiante, in cui la corsa al guadagno facile sembra aver sostituito i valori fondamentali della nostra splendida professione: la dedizione verso il lavoro, l’empatia per chi si affida alle nostre cure e la responsabilità clinica delle nostre azioni.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Il problema è globalmente sociale. La società occidentale, intrappolata in una spirale di gratificazione immediata e obiettivi effimeri, ha perso di vista il vero significato del lavoro, specialmente nelle professioni che dovrebbero interpretare il benessere umano e la cura, come quella dell’odontoiatra.

Ma non è colpa solo dei giovani. Sono il prodotto del sistema culturale in cui viviamo che li ha modellati. Come suggerisce Pietro Trabucchi: “Il cervello plasma la cultura e la cultura plasma il cervello”. La cultura occidentale, e in particolare quella italiana, ha premiato per troppo tempo chi cerca scorciatoie, chi aggira le regole, chi cerca la strada più facile, chi aborrisce l’impegno, chi vive nel presente senza preoccuparsi del futuro. Questo ha creato una mentalità che svilisce il duro lavoro, l’impegno, la resilienza e il sacrificio, relegandoli al range di fatiche inutili dedicate agli “sfigati”. La televisione spazzatura, i social media, lo scrollare infinito delle più svariate app dell’iPhone hanno amplificato questa deriva, trasformando il vivere passivamente nella norma.
Perché stupirsi allora se i giovani odontoiatri, appena laureati, alla fine delle mie lezioni o formazioni mi chiedono: “Quanto posso guadagnare da subito?”

Questa domanda, così comune e apparentemente innocente, è in realtà un sintomo di un problema molto più profondo: la perdita della visione a lungo termine. L’odontoiatria, come ogni professione, dovrebbe essere costruita su fondamenta solide fatte di osservazione, pratica, competenza, esperienza e passione. Ma in molti sono sedotti dal canto delle sirene del guadagno facile, dimenticando che il successo vero è il risultato di un processo costante, paziente e dedicato. È un problema che va ben oltre la nostra professione: è una crisi valoriale che pervade ogni ambito della società italiana.
L’educazione e il sistema universitario italiano non sono esenti da colpe. Le famiglie si trovano costrette a spendere somme enormi (fino a 30.000 euro all’anno) per mandare i figli a studiare all’estero, in paesi come Romania, Spagna, Albania, perché l’Italia non offre opportunità adeguate come potrebbe. Ciò che dovrebbe essere un diritto – un’istruzione di qualità nel proprio Paese – diventa un lusso per chi se lo può permettere. Invece la burocrazia e l’inefficienza del sistema universitario italiano stimolano negativamente i giovani talenti, costringendoli a cercare altrove la loro fortuna. La conseguenza è una vera e propria fuga di cervelli, un’emorragia che impoverisce il nostro Paese non solo economicamente, ma anche culturalmente e umanamente.

Chi ci governa sembra cieco di fronte a questa realtà. Anziché investire nell’istruzione e nel talento delle nuove generazioni, continua a perpetuare un sistema che non valorizza né il merito né l’impegno. Questo è particolarmente evidente nella professione odontoiatrica, basti guardare ai tanti giovani che scelgono di iniziare il loro percorso all’estero per poi tornare in Italia con una laurea che avrebbero potuto ricevere nel loro Paese. È una situazione che grida al paradosso e che lascia aperta una domanda cruciale: perché non investire nelle nostre università, nei nostri giovani, nel nostro futuro?
Ma la responsabilità non è solo del sistema. Ogni individuo ha il dovere di guardarsi dentro e di chiedersi: che ruolo voglio giocare nella mia vita? Sarò un semplice spettatore o un protagonista? Il problema del guadagno facile è una scelta, non un destino. Ogni giovane odontoiatra dovrebbe imparare a vedere oltre l’immediato, e costruire una carriera basata sulla passione e sulla competenza, non sull’opportunismo. La resilienza, il sacrificio e la capacità di pensare a lungo termine non sono valori del passato, ma strumenti indispensabili per un futuro di successo.
Esopo ci ha insegnato con la favola della formica e della cicala che il vero successo non è mai il risultato del caso, ma di un impegno costante e lungimirante. La formica, che lavora alacremente per accumulare risorse, rappresenta il modello di vita che dovremmo seguire. La cicala, che si lascia trasportare dall’euforia del piacere momentaneo, finisce per soffrire le conseguenze delle sue scelte. Questo insegnamento è più attuale che mai, soprattutto in un mondo che ci spinge continuamente a scegliere il comfort istantaneo invece della costruzione di un futuro solido.
Ogni professionista, ogni giovane, deve ritrovare il coraggio di fare scelte difficili. Non è mai facile resistere alla tentazione del “tutto e subito”. Ma è proprio in questa resistenza che si trova la chiave per una vita autentica e soddisfacente. I giovani odontoiatri, in particolare, devono ricordare che la loro missione non è solo quella di guadagnare, ma di prendersi cura delle persone. Il benessere dei loro pazienti dovrebbe essere al centro di ogni loro decisione. Solo così potranno trovare una soddisfazione autentica, una gratificazione che va oltre il semplice compenso economico. Ricordo che i miei primi due anni post laurea li ho passati frequentando un rinomato studio di Sassari in cui svolgevo il compito che adesso è quello delle ASO, senza paga, campandomi con le guardie mediche del fine settimana, ma acquisendo le basi mentali, prima che pratiche, che mi hanno consentito di sviluppare le mie professionalità in maniera via via crescente negli anni a venire. Così come mio figlio, studente di odontoiatria al quarto anno, che ha saltato le vacanze estive per andare a sue spese nella giungla della Cambogia con una associazione no profit di odontoiatri per curare bambini e adulti che non erano mai venuti a contatto con le cure odontoiatriche minime per sostenere una bocca decente.

Viviamo quindi in un’epoca che ci offre infinite opportunità, ma che ci chiede anche di fare scelte consapevoli. Il benessere può essere un dono, ma anche un veleno, se non sappiamo gestirlo. Sta a noi decidere come viverlo. Possiamo scegliere di essere formiche, accumulando conoscenze, esperienze e valori, o possiamo scegliere di essere cicale, consumando il nostro presente senza preoccuparci del futuro.
La scelta è nelle mani di ognuno di noi.
È il momento di agire.
Ogni giovane laureato deve porsi questa domanda: quale impronta voglio lasciare nella vita delle persone che incontro? Sarò un semplice fornitore di servizi o un erogatore di benessere? Questa domanda, se affrontata con sincerità, può trasformare non solo la loro carriera, ma anche la loro vita. È una scelta che richiede coraggio, impegno e una visione chiara del futuro. Ma è anche una scelta che può portare a una vita piena, autentica e gratificante.
Non lasciamoci ingannare dal fascino del facile guadagno. Torniamo a costruire, a sognare, a credere nei valori che rendono la vita degna di essere vissuta. Perché, alla fine, il successo vero non è una destinazione, ma un viaggio. Un viaggio fatto di sacrificio, di impegno e di una profonda connessione con ciò che conta davvero: il benessere delle persone e la realizzazione di una vita piena di significato.



