Gli indicatori sintetici di affidabilità: giusto averne paura?

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Illustrazioni: Vecteezy.com

Nonostante dall’anno di imposta 2018 abbiano sostanzialmente cambiato nome (da studio di settore in Indicatori Sintetici di Affidabilità) gli ISA, almeno nell’immaginario collettivo, continuano a suscitare timore e paura negli odontoiatri.

Come spesso capita in qualsiasi ambito, la paura è la diretta conseguenza di una mancata conoscenza, la paura è in realtà timore dell’ignoto. Lo scopo del presente contributo, senza entrare troppo nei tecnicismi, è quello di spiegare lo strumento al fine di renderlo un po’ meno sconosciuto e quindi meno in grado di esercitare il suo potere di “spauracchio” preventivo (finalità principale per il Fisco).

È inutile nascondersi o essere ipocriti: il pensiero di subire una verifica fiscale nel proprio studio non fa piacere a nessuno, perché, come diciamo spesso, “nella migliore delle ipotesi si rischia di perdere tempo e concentrazione” (spesso molto più preziosi, anche economicamente, di quanto si creda).

Ed è proprio con questa equazione “brutto voto secondo gli ISA = certezza di controllo fiscale” che l’amministrazione finanziaria cerca di aumentare la compliance o di ridurre direttamente l’evasione.

Non potendo effettuare controlli su tutti i contribuenti, gli ISA dovrebbero servire a circoscrivere l’area di controllo solo ai casi veramente “interessanti” mentre, almeno per ora, rischiano di fornire informazioni per lo più fuorvianti e quindi generatrici di controlli inutili/dannosi.

Possiamo sostenere che, tramite un’ampia esperienza in ambito nazionale, anche attraverso il confronto con tanti colleghi di varie regioni, le verifiche (soprattutto nei centri abitati popolosi) che derivano da un innesco di “studio di settore” sono percentualmente molto poche, soprattutto se si fa riferimento a un giudizio negativo dello stesso.

Ovvio che, per quanto riguarda gli ISA, non vi è ancora un’evidenza statistica ma, se si giudica la ridottissima capacità, che hanno finora avuto, di individuare incoerenze o anomalie che siano effettivamente tali, ci si può già sbilanciare sulla loro ridotta utilizzabilità futura.

Durante l’anno passato, i risultati sono infatti stati molto spesso illogici o del tutto inspiegabili, sia nel positivo che nel negativo.

Certamente la loro seconda versione è stata migliorata ed affinata ma siamo ancora molto lontani dall’avere uno strumento efficace a disposizione dell’Agenzia per formare delle liste veramente selettive e che ottimizzino i tempi (e quindi indirettamente i costi) di controllo dell’Amministrazione finanziaria rispetto alle reali situazioni scorrette.

Un grande lavoro lo stanno invece facendo una serie di automatismi connessi alla fatturazione elettronica, che stanno individuando fenomeni, purtroppo molto più diffusi di quanto si pensasse, di vere e proprie frodi (e che interessano marginalmente la categoria odontoiatrica).

Fatta questa lunga premessa è però opportuno prendere ciò che di buono può offrire questo strumento (ISA) che fornisce una media statistica di informazioni rispetto al proprio studio (sia in forma di P.IVA individuale, sia in forma di studio associato sia in forma societaria).

Che cosa sono gli ISA?

Per quanto l’argomento sia ormai noto, è opportuno ricordare cosa siano gli indicatori sintetici di affidabilità: una sorta di “pagella” sul grado di correttezza del contribuente.

Lo scopo degli ISA è di cercare di far emergere in modo volontario redditi non dichiarati facendo leva di fatto sulla paura dei contribuenti di essere scoperti.

Questi indici dovrebbero poi anche essere utilizzati dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza per definire le specifiche strategie di controllo basate su analisi del rischio di evasione, per cui teoricamente verrà tenuto in considerazione il livello di affidabilità fiscale di ciascun contribuente.

Tale livello è ottenuto dalla combinazione di indicatori (suddivisi in “indicatori elementari” e “indicatori di anomalia” creati sulla base di una metodologia statistica-economica innovativa rispetto agli studi di settore, ma non molto dissimile nei risultati pratici) e di altre informazioni presenti nell’anagrafe tributaria.

Lo strumento comunque non ha (o meglio, non dovrebbe avere) quella valenza di meccanismo di accertamento automatico.

Come detto, gli ISA dovrebbero rappresentare una pagella fiscale del contribuente nell’ottica di migliorare il rapporto con l’amministrazione finanziaria, introducendo anche vari livelli di regimi premiali (all’atto pratico gli odontoiatri non particolarmente incentivanti).

Gli indicatori sintetici di affidabilità dovrebbero rappresentare una pagella fiscale del contribuente nell’ottica di migliorare il rapporto con l’amministrazione finanziaria, introducendo anche vari livelli di regimi premiali

Come funzionano?

Il primo dato tangibile è che non vi è più una stima diretta di ricavi o compensi che risulterebbero congrui e/o normali, ma solo per alcuni indicatori elementari di affidabilità.

Inoltre, l’analisi tiene in considerazione un periodo di tempo non del singolo anno ma di diverse annualità, in modo da poter permettere all’amministrazione finanziaria di valutare la performance del contribuente anche in virtù dell’andamento del ciclo economico del suo settore di appartenenza.

Gli ISA dovrebbero servire a circoscrivere l’area di controllo solo ai casi veramente “interessanti” mentre, almeno per ora, rischiano di fornire informazioni per lo più fuorvianti e quindi generatrici di controlli inutili/dannosiAlcuni dettagli tecnici importanti

Per capire se gli ISA siano davvero motivo di preoccupazione (ipotizzando di volersi preoccupare della loro attendibilità a “fotografare l’evasione” e non viceversa, cosa tristemente più probabile) non ci resta che entrare in alcuni dettagli tecnici per capire l’attendibilità dello strumento in generale.

Innanzitutto, i modelli di determinazione del voto degli indicatori sintetici si dividono in: esercenti arti e professioni ed esercenti attività di impresa.

Questa, pertanto, la prima divisione che, a parere di chi scrive, risulta più che opportuna per le importanti differenze che la tipologia di modalità di esercizio (societaria o professionale) genera sul reddito e sulla struttura dei costi, seppure a parità di attività esercitata.

Iniziamo con il capire quali sono i modelli di business per chi esercita l’attività odontoiatrica in forma di arte o professione (P.IVA individuale e/o studio associato):

  • studi odontoiatrici che operano prevalentemente nell’ambito della ortodonzia e della pedodonzia (numerosità: 4195);
  • studi odontoiatrici che erogano prevalentemente prestazioni medico-odontoiatriche in ambito di: protesi, ortodonzia, chirurgia implantare, chirurgia orale, endodonzia e altre prestazioni odontoiatriche (numerosità 20.950);
  • professionisti in genere che svolgono l’attività con due o più studi odontoiatrici e che erogano prevalentemente prestazioni medico-odontoiatriche in ambito di: protesi, ortodonzia, chirurgia implantare, chirurgia orale, endodonzia e altre prestazioni odontoiatriche (numerosità 4191);
  • studi odontoiatrici che operano prevalentemente nell’ambito della chirurgia implantare e orale (numerosità 2114);
  • professionisti che svolgono l’attività prevalentemente presso lo studio/La struttura del committente principale (numerosità 1961);
  • studi odontoiatrici che generalmente dispongono di laboratorio odontotecnico annesso alla struttura (numerosità 175);
  • studi odontoiatrici con attività estesa a prestazioni mediche in ambito non odontoiatrico (numerosità 541);
  • professionisti che in genere svolgono l’attività nell’ambito della chirurgia implantare e orale con due o più odontoiatrici (numerosità 351);
  • professionisti che operano in genere nell’ambito dell’ortodonzia e della pedodonzia e che svolgono l’attività prevalentemente presso lo
  • studio/struttura del committente principale (numerosità 417);
    professionisti che in genere svolgono attività nell’ambito della ortodonzia e pedodonzia con due o più studi odontoiatrici (numerosità 547).

A parere di chi scrive, seppur vi siano altri input quali il numero dei beni strumentali e le dimensioni generali, la categoria “studi odontoiatrici” (che erogano prevalentemente prestazioni medico-odontoiatriche in ambito di: protesi, ortodonzia, chirurgia implantare, chirurgia orale, endodonzia e altre prestazioni odontoiatriche), di gran lunga più numerosa, risulta troppo generica e non è in grado di rappresentare differenze sostanziali che vanno da realtà di dimensioni veramente ridotte a studi con tanti collaboratori e una struttura molto più simile ad un’impresa che ad uno studio professionale.

Vediamo, ora, quali sono i modelli di business per chi esercita attività di impresa. La numerosità che troverete indicata a fianco ai singoli modelli è quella utilizzata in sede di creazione delle funzioni matematiche che generano il voto finale.

Un grande lavoro lo stanno facendo una serie di automatismi connessi alla fatturazione elettronica, che stanno individuando fenomeni, purtroppo molto più diffusi di quanto si pensasse, di vere e proprie frodi, e che interessano marginalmente la categoria odontoiatrica

  • Imprese che generalmente svolgono l’attività con due o più centri odontoiatrici (Numerosità: 360);
  • centri odontoiatrici, ossia imprese che erogano prevalentemente prestazioni medico-odontoiatriche in ambito: protesi, ortodonzia, chirurgia implantare, chirurgia orale, endodonzia e altre prestazioni odontoiatriche (Numerosità: 3.125);
  • ambulatori odontoiatrici che generalmente dispongono di laboratorio odontotecnico annesso alla struttura (Numerosità: 186);
  • società tra professionisti (STP) operanti in ambito odontoiatrico (Numerosità: 66);
  • centri odontoiatrici in genere organizzati in franchising (Numerosità: 99).

A parere di chi vi scrive, la categoria “centri odontoiatrici”, di gran lunga più numerosa, risulta troppo generica e non è in grado di rappresentare differenze sostanziali al suo interno in quanto paragona “piccole” realtà, con realtà che fatturano, invece, diversi milioni di euro.

Proseguendo invece sull’indagine degli indicatori che determinano il voto vero e proprio, dobbiamo distinguere due categorie:

  1. indicatori elementari di affidabilità;
  2. indicatori elementari di anomalia.

Per i primi la situazione tra imprese e studi professionali è molto simile in quanto gli indicatori sono sostanzialmente gli stessi:
ricavi/compensi per addetto (in cui si confrontano la fatturazione attiva con il numero di addetti, concetto questo che andrebbe maggiormente chiarito da parte dell’Agenzia);

  • valore aggiunto per addetto;
  • reddito per addetto.

Come si può agevolmente notare, il principale driver degli ISA ruota attorno alla figura dell’addetto e che in caso di suo numero diverso rispetto alla media può portare a voti altamente negativi, senza per questo essere minimamente connesso all’eventuale evasione.

Per quanto riguarda, invece, gli indicatori elementari di anomalia gli stessi risultano più articolati e complessi e, per semplicità, non entreremo troppo nel tecnico se non dicendo che si suddividono in queste macro categorie:

  • gestione caratteristica
  • gestione dei beni strumentali
  • redditività
  • gestione extra-caratteristica
  • indicatori specifici (sostanzialmente di natura formale rispetto ai dati presenti in anagrafe tributaria)

In questi casi, le variabili più importanti sono rappresentate dal costo del personale dipendente, dalle sue ore di impiego, nonché dall’ammontare dei beni strumentali e relativi ammortamenti. Infine, per le sole imprese, dall’importo e dalla coerenza delle variabili di magazzino.

Anche in questo caso, una struttura non efficiente (o sovradimensionate rispetto alla media), per i più svariati motivi, dal punto di vista della dotazione dei beni strumentali o del personale dipendente risulterà ottenere un voto basso, seppur priva totalmente di elementi di evasione.

La media di queste due categorie di indicatori determinerà il voto finale che andrà da 1 a 10. La valutazione, in un’ottica di trasparenza e scambio di informazioni tra il contribuente e Fisco, è resa disponibile per i contribuenti attraverso un report che fornisce qualche dettaglio ulteriore.

Oltre infatti ad una fotografia dei principali settori economici, si trovano alcune informazioni relative alle analisi di benchmark (confronto) da vari soggetti valutati con gli indicatori elementari di affidabilità. Infine vi è un report di affidabilità personale per indicatori elementari di affidabilità.

In contrapposizione alle tante perplessità sopraindicate, vi è una piccola notizia positiva: l’aggiornamento dei vari indicatori dovrebbe avvenire ogni due anni dalla loro prima pubblicazione.

Lo strumento, quindi, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo!) essere più aggiornato e fotografare meglio la situazione dei contribuenti in virtù delle mutate condizioni di mercato.

Nei primi anni di vita (come in passato per gli studi di settore) effettivamente lo strumento è stato molto aggiornato, ma la sensazione è che ciò fosse dovuto principalmente a correggere malfunzionamenti eclatanti.

Gli indicatori di compliance non devono poi essere applicati per quei contribuenti che si trovano in condizioni di svolgimento della propria attività anormali, come ad esempio nel primo anno di apertura dello studio o dell’anno della sua chiusura.

Infine, ricordiamo che, ove lo si ritenga opportuno (perché si ha qualcosa da nascondere evidentemente), è possibile procedere con l’adeguamento volontario, dichiarando, ai fini delle imposte, redditi maggiori rispetto a quelli determinati con le scritture contabili, con la finalità di prendere un “bel voto” e quindi, teoricamente, stare più tranquilli.

L’adeguamento poi, esattamente come accadde con gli studi di settore, non dovrebbe comportare sanzioni né interessi (e ci mancherebbe!).

I benefici premiali

Come anticipato, un pilastro fondamentale degli ISA è (o vorrebbe essere) il regime premiale più ampio rispetto a quello degli studi di settore.

In relazione alle diverse votazioni, ottenute anche attraverso l’adeguamento spontaneo, vengono riconosciuti i seguenti benefici:

  • maggiore libertà e minori vincoli per la compensazione di crediti di imposta inferiori a 20.000 € annui (problema che riguarda poco di frequente gli odontoiatri), con voto minimo almeno pari a 8 (per il 2019) o 8,5 (media semplice dei livelli di affidabilità 2018-2019);
  • riduzione di un anno dei periodi in cui l’odontoiatra può essere oggetto di controlli fiscali, con voto minimo almeno pari a 8;
  • esclusione dagli accertamenti analitico-presuntivi (cioè non basati su dati contabili sulla dichiarazione presentata) con voto minimo almeno pari a 8,5 (per il 2019) o 9 (media semplice dei livelli di affidabilità 2018-2019);
  • esclusione dall’applicazione della disciplina delle società non operative (circostanza molto rara nel mondo odontoiatrico salvo casi legati alla mancata apertura dell’attività in ambito societario) con voto minimo almeno pari a 9 (per il 2019) o 9 (media semplice dei livelli di affidabilità 2018-2019);
  • riduzione dell’ambito applicativo/inapplicabilità dei controlli fiscali “sintetici” (ad es. basati sul “redditometro” o “spesometro”)” con voto minimo almeno pari a 9 (per il 2019) o 9 (media semplice dei livelli di affidabilità 2018-2019).

Certamente è da accogliere con favore la volontà dell’amministrazione finanziaria di considerare la posizione del contribuente non solo in base ad indicatori sintetici-statistici, ma anche valutando il comportamento fiscale tenuto nel corso di un arco di anni significativo.

Conclusioni

Sono ormai due anni che vengono compilati gli ISA e ci sembra doveroso dire che l’abitudine di valutare, con sistemi ricostruttivo-sintetici, la bontà dei contribuenti e la loro “fedeltà fiscale” non ha portato a un rapporto costi-benefici apprezzabile.

A fronte di tanti sforzi dei contribuenti, dei relativi professionisti/consulenti e delle associazioni di categoria, l’utilità dello strumento nell’orientare efficacemente le verifiche fiscali è bassa, salvo che non ci si voglia spostare sul campo del deterrente psicologico (cosa difficilissima da misurare).

Certamente è da accogliere con favore la volontà dell’amministrazione finanziaria di considerare la posizione del contribuente non solo in base ad indicatori sintetici-statistici, ma anche valutando il comportamento fiscale tenuto nel corso di un arco di anni significativo.

Sicuramente, per evidenti motivi, l’anno 2020 sarà poco considerato rispetto alle medie storiche utilizzate per elaborare gli ISA.

Rimane, infine, la solita perplessità per il meccanismo perverso secondo cui chi ha una pagella bassa può alzare i propri voti pagando, al fine di sentirsi più tranquillo.

Non riusciamo a intravedere altre motivazioni se non due opposte: calmare una paura immotivata oppure nascondere le proprie irregolarità.

La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.
(Howard Phillips Lovecraft)