La transizione, ovvero la geopolitica nel dentale

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Once upon a time, un paese – l’Italia – che aveva una diffusione così capillare degli studi odontoiatrici che, passatemi il paragone, era forse pari solo al numero delle parrocchie.

Non è più così, ma soprattutto non sarà mai più così nella proiezione a dieci anni. Io credo fortemente che esercitare la libera professione in odontoiatria sia ancora meglio che non essere liberi professionisti in altre specialità; serve però che i giovani laureati ci credano, perché i numeri ci sono.

Partiamo allora dai numeri e consideriamo che su 63.352 iscritti all’ordine, per quanto includendo le doppie iscrizioni, ce ne sono ben 10.567 sopra i sessantacinque anni e ben 21.854 tra i cinquantacinque ed i sessantacinque anni: tutti professionisti che potrebbero decidere di andare in pensione entro i prossimi 10 anni, contro solo 16.500 new entry, inclusi anche i laureati nei paesi europei.

Sebbene con i se e con i ma non si scriva la storia, immaginiamo per un attimo che 32.241 iscritti all’ordine, ovvero tutti quei figli della baby boomer generation ricompresi nel cluster cinquantacinque/over sessantacinque anni, decidano di lasciare l’attività professionale per raggiunti limiti di età e di godersi la pensione a fronte di sole 16.500 new entry, avremmo un saldo negativo di 15.741 odontoiatri.

Questo significa “forse e sempre nei prossimi dieci anni” l’evaporazione (chiusura) di 13.000/15.000 studi, che appartengono allo stesso segmento di mercato di quelli che già oggi chiudono i battenti perché non hanno trovato il modo di cedere, a volte nemmeno gratuitamente, l’attività ai giovani colleghi che da sempre hanno rappresentato la staffetta generazionale per il settore.

Possiamo addirittura immaginare che mancheranno più studi all’appello, rispetto ai 13.000/15.000 studi sopra citati, visto che meno della metà delle new entry pensa di di “portare avanti lo studio di famiglia”, mentre gli altri dichiarano che, finito il ciclo degli studi universitari, si dedicheranno fondamentalmente alle collaborazioni senza aver intenzione di aprire o rilevare uno studio, ove esercitare in proprio.

A questo punto, è chiaro che per gli studi che continueranno ad operare si presenta una prateria e, se sapranno oculatamente investire, saranno nella condizione di attirare quella quota parte di quindici/venti milioni di pazienti “orfani”, che girovagheranno nella prateria proprio grazie alla scelta dei dentisti “nomadi”, ovvero dei giovani odontoiatri che dichiarano di essere più avvezzi alle collaborazioni in studi diversi che non a rilevare o ad aprire un proprio studio.

È chiaro che la mancanza di studi odontoiatrici si sentirà molto di più in provincia che non nelle grandi città, ma anche questa circostanza è un’opportunità e serve quindi focalizzarsi per riprogettare un futuro al passo con i tempi in cui le prospettive cambiano e gli studi si evolvono.

In questo scenario di crescita dimensionale del mercato, oltre ad essere un bravo dentista con cuore, mani e testa, servono: modello di business, innovazione, capacità di adattarsi rapidamente ad una situazione magmaticamente in evoluzione all’interno della quale saper scegliere partners a monte, esclusivi ed affidabili, coi quali operare “insieme”.

Qui risiede il saper riprogettare un futuro e credere nella propria idea di un proprio studio odontoiatrico, sicuramente diverso dal buon vecchio classico studio mono professionale, dove saper ottimizzare i processi gestionali e produttivi per dar vita a nuove forme di studio che sappiano dare una risposta diversa alla burocrazia e che diano una forma diversa alla competitività innegabile che esiste.