La necessità di una precisa definizione dei ruoli e di un’adeguata comunicazione

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Affrontiamo per l’ennesima volta il tema della comunicazione, descrivendo un caso, incredibile, accaduto in tempi di Covid-19 in una località di villeggiatura estiva. Se la questione non ha rilievo specifico in ambito odontoiatrico, si presta a perfetto modello di definizione sia degli aspetti di “buona comunicazione”, sia circa i ruoli dei soggetti chiamati a prestare cura.

 

I fatti

Nell’ambito di una famiglia in villeggiatura presso una località di vacanza, i figli, giovani adolescenti, apprendono di essere entrati in contatto durante una festa con soggetti Covid positivi. Rientrati a casa segnalano al padre la circostanza; questi, diligentemente, avverte la ASL competente per zona e si pone in spontanea quarantena cautelativa con la famiglia.

La ASL provvede ad inviare al domicilio un medico che a sua volta provvede a raccogliere tamponi per ognuno degli interessati, tamponi che si riveleranno, anche a controlli successivi, negativi. Al momento dell’arrivo del medico incaricato, una giovane dottoressa, uno dei ragazzi sta giocando in giardino con la palla ed un canestro.

Tra i vari controlli effettuati su tutti i componenti della famiglia, la dottoressa rileva al ragazzo in questione la saturazione: il giovane presenta, alla lettura, un valore anomalo, che viene ricontrollato nuovamente evidenziando ancora una volta un valore sotto la soglia di normalità. La dottoressa prescrive, a fronte del dato clinico anomalo, la necessità di ricoverare in osservazione il ragazzo, seppur lui stesso ed i suoi familiari sottolineino che il ragazzo non manifesti alcun reale disturbo.

Ma la dottoressa è irremovibile e dispone il ricovero d’urgenza, ordinando il prelievo immediato del soggetto con una ambulanza per poi allontanarsi. Arriva l’autolettiga, il paziente lamenta con forza di non avere alcun sintomo, i lettighieri controllano la saturazione, i valori sono perfettamente normali ma, allontanatasi precedentemente la dottoressa, i lettighieri dichiarano di non potersi assumere la responsabilità di non ricoverare il paziente.

Il ragazzo viene caricato, ovviamente senza accompagnatori, sull’ambulanza e trasferito all’ospedale di zona, dopo circa 45 minuti di viaggio; viene quindi ospitato in un container attrezzato per la prima fase di isolamento di pazienti con sospetta infezione da Covid e sottoposto ai controlli necessari.

Solo alla mezzanotte circa, vista la negatività degli esami, verificata la normalità dell’indice di saturazione ma soprattutto emerso che evidentemente la dottoressa procedeva alla rilevazione leggendo il valore sul display al contrario e per questo motivo l’indice risultava patologico, il paziente veniva recuperato dal padre e riportato a casa.

La vicenda, quindi, ha avuto rapida soluzione e per fortuna, infine, del tutto positiva circa la presunta patologia; il disagio si è tradotto in una giornata “storica” per quella famiglia, soprattutto per l’adolescente tradotto all’ospedale dopo la fallace diagnosi e mantenuto in assoluto isolamento per molte ore.

Commenti da proporre

È necessario essere molto attenti in qualsivoglia atto diagnostico si compia, il mancato accordo di un indice strumentale con lo stato del paziente deve suonare come campanello d’allarme e far riflettere l’operatore.

Ma possiamo pensare che quella dottoressa fosse particolarmente inesperta, magari alle prime armi, in difficoltà nel gestire e controllare una procedura, quale quella da Covid, certamente delicata e stressante, oltretutto svolta, date le caratteristiche geografiche del territorio interessato, in modalità disagevoli, ovvero con continui e non brevi spostamenti.

Ma il punto è la non possibilità di intervenire, dopo la seconda rilevazione da parte del personale dell’ambulanza, sul problema, mettendo in atto meccanismi correttivi, atti ad evitare un’azione complessa (ricovero, osservazione, dimissione) con dispendio di risorse e creazione di stress.

In ogni procedura sanitaria, giusto ad esclusione dei casi di urgenza primaria, per cui la pianificazione spesso è impossibile, deve essere previsto un percorso alternativo di controllo o correzione; ad esempio, in questo caso, attivando un controllo a distanza con la telemedicina.

Un semplice e banale errore di lettura, ancorché ripetuto, si è trasformato in una giornata “memorabile” per una intera famiglia. La comunicazione assieme all’abilità tecnica, in modo sinergico e parimenti importante, sono i pilastri della “buona medicina”; i criteri naturalmente sono gli stessi per il nostro contesto operativo.

Anche nella nostra attività quotidiana è necessario non solo verificare la sussistenza e l’efficienza di adeguati canali di comunicazione, ma anche verificare: buona qualità dei flussi operativi, scambi di informazione, alert se qualcosa non torna, meccanismi di controllo a feedback.

Nelle strutture complesse spesso l’errore e l’omissione sono conseguenza di difettosa comunicazione tra gli addetti e soprattutto assenza di sovrapposizione di ruolo nei controlli qualità. È fondamentale non considerare mai niente come scontato e soprattutto mantenere sempre opportuna vigilanza e dialogo tra gli addetti.