Il dentista di Fausto Coppi

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Fausto Coppi

Nel gennaio 2020 è ricorso il sessantesimo anniversario della morte di Fausto Coppi (1919-1960), il “Campionissimo”.
È superfluo qui ricordare il ruolo che ebbe nello sport mondiale, non solo nel ciclismo; di come la sua figura sia entrata nell’immaginario collettivo, specie per la rivalità che infiammò l’Italia in un dato contesto storico con l’altro grande campione Gino Bartali (1914-2000) e sia divenuta, oltre che un fenomeno di costume, anche una leggenda, se non addirittura un mito.

In vent’anni di una carriera intensissima (con la parentesi della seconda guerra mondiale) fu vincitore di cinque Giri d’Italia, di due Tour de France, di un Campionato mondiale su strada, di cinque Giri di Lombardia, di tre Milano-San Remo, della Parigi-Roubaix, della Freccia Vallona, totalizzando in tutto oltre centocinquanta vittorie. Fu inoltre titolare del record dell’ora al Velodromo Vigorelli nel 1942.

Fu uno degli atleti più vincenti e più amati di tutti i tempi: in Italia forse il più amato di sempre.

La storia che sto per esporre mi fu raccontata personalmente da quello che divenne “Il dentista di Coppi”: vale a dire mio nonno, professor Cinzio Branchini.

Branchini
Cinzio Branchini (1903-1993) Direttore della Clinica Odontoiatrica dell’Università di Pavia 1962 – 1973

Costui era, all’epoca, uno degli odontoiatri più in vista a Pavia e dintorni: era aiuto presso la Clinica odontoiatrica della locale Università, diretta dal professor Silvio Palazzi, ed esercitava la professione nel suo studio pavese di Corso Cavour 8 e a Milano in viale Bianca Maria e in via S. Senatore.

Numerosa e variegata era la sua clientela, che comprendeva fra gli altri vari docenti universitari di ogni disciplina, il rettore dell’Università di Pavia Plinio Fraccaro, gli industriali Vittorio Necchi e Giovanni Alemagna, il regista Giorgio Strehler, il senatore Giovanni Malagodi, i direttori d’orchestra Victor de Sabata e Gianandrea Gavazzeni.

Pur essendo avvezzo ad avere fra i propri pazienti persone celebri, rimase tuttavia stupito quando Fausto Coppi chiese di essere curato da lui.
A questo punto lascio la parola allo stesso Branchini, riportando quanto mi disse in una delle innumerevoli volte che mi narrò questa vicenda che io, studente al terz’anno di medicina, fissai sulla carta circa trentacinque anni fa, nel timore di non ricordare o di perdere questa preziosa testimonianza.

“Intorno ai primi giorni del mese di novembre del 1955, una sera, squillò il telefono. Era il mio caro amico prof. Giovanni Astaldi (allievo della prestigiosa scuola di Adolfo Ferrata e di Paolo Introzzi, n.d.a.), allora primario di Medicina Interna all’Ospedale di Tortona. Senza tanti preamboli mi chiese se fossi disposto a prendere in cura odontoiatrica nientemeno che Fausto Coppi. Ovviamente restai molto stupefatto: mai mi sarei aspettato una richiesta del genere.

Astaldi mi spiegò che Coppi aveva un rapporto particolare di fiducia con lui: nativo di un paese del tortonese (Castellania, n.d.a) veniva spesso a Tortona per farsi curare. Mi disse che da tempo ne era diventato il medico personale, ed essendo il grande campione suo paziente, oramai si fidava ciecamente di lui; recentemente gli aveva chiesto se conoscesse un buon dentista dato che aveva perso alcuni denti e faticava a masticare.
Naturalmente accettai con entusiasmo, dato che da sempre ero un ammiratore del Campionissimo: concordammo dunque di vederci nel mio studio di corso Cavour dopo un paio di giorni.

Non nascondo quanto fossi particolarmente emozionato quando Coppi si presentò da me; arrivò in giacca e cravatta, sembrava infagottato in un vestito che pareva di una taglia o due più grandi. Era di alta statura, circa un metro e ottanta, sembrava più magro di quanto si vedeva nelle immagini filmate o in fotografia, il volto scavato, i capelli nerissimi trattati con brillantina. Mi colpirono particolarmente gli occhi, che sembravano molto tristi. Parlava poco, era molto timido e discreto. Assieme a lui vi era la Dama Bianca (Giulia Occhini, n.d.a.) che al contrario era molto estroversa e parlava anche a sproposito.

Ad un prima visita riscontrai che Coppi aveva una malattia parodontale in fase iniziale, alcuni elementi mancanti, diverse ricostruzioni da effettuare ed un ponte di tre elementi nell’arcata inferiore da confezionare.

Si decise di iniziare le cure subito, in quanto il periodo era favorevole: il primo appuntamento della stagione ciclistica sarebbe stato a marzo con la Milano-Sanremo e Coppi avrebbe dovuto iniziare gli allenamenti ai primi di gennaio.

Iniziarono però da subito a manifestarsi alcuni problemi: a Pavia si era sparsa la voce che Coppi veniva in città a farsi curare, cosicché quasi tutti i giorni c’era un grande assembramento di gente fuori dal mio studio, sotto i portici e fin sulle scale. Tutti volevano vedere da vicino o toccare il grande campione.

Trovammo l’escamotage di farlo passare dal retro del palazzo, in via Beccaria, farlo scendere in cantina e da lì, in ascensore, andavo a prenderlo per portarlo in studio.
Ma anche così le cose non funzionarono: la gente impediva quasi la circolazione.
Ricordo che un giorno mi telefonò in studio un giornalista del quotidiano locale, la “Provincia Pavese”, perché voleva sapere che tipo di terapia stessi praticando a Coppi. Gli risposi in malo modo, dicendo che ero vincolato al segreto professionale: il giorno dopo uscì un articolo in cui si diceva che un professionista cittadino, “noto per la sua maleducazione”, non aveva voluto fornire notizie riguardo alla salute del celebre campione.

Decisi allora di dirottare Coppi in Clinica odontoiatrica, dove poteva essere curato in modo da garantire una maggiore riservatezza”.
Qui però accadde un fatto particolare, che merita di essere raccontato.
Come già scritto sopra, il direttore della Clinica odontoiatrica era all’epoca il prof. Silvio Palazzi (1892-1979), uomo di spicco nel panorama odontoiatrico nazionale e caratterialmente piuttosto originale e soprattutto umorale.

Sulle prime accolse con cordialità Coppi, ma successivamente si adombrò: non poteva concepire che una siffatta personalità fosse in cura non dal Direttore dell’Istituto bensì dal suo Aiuto.

Da qui iniziarono a manifestarsi i primi dissapori fra Palazzi e Branchini; i rapporti fra i due, dapprima ottimi e consolidati da una collaborazione più che trentennale, si deteriorano sempre di più, sino a raggiungere le caratteristiche di una vera e propria persecuzione morale da parte del primo verso il secondo, che terminò solo con la giubilazione del Palazzi nel 1962 ed il successivo incarico di direttore a Branchini nel medesimo anno.

Comunque sia, le cure continuarono, anche se Coppi dovette ritornare in studio in Corso Cavour per non alimentare ulteriori polemiche; a tal proposito Branchini diceva: “A Palazzi dava molto fastidio che Coppi volesse farsi curare da me e non da lui, e me lo faceva continuamente notare.

Un giorno, mentre stavo iniziando la terapia, il direttore entrò nell’ambulatorio: Coppi lo salutò cordialmente e, forse anche per stemperare la tensione che si era venuta a creare, disse che avrebbe voluto regalare sia a me che a lui una bicicletta Bianchi. Io declinai, ma Palazzi accettò con entusiasmo. Era uno sportivo e tutti i giorni, abitando a Milano, veniva a Pavia in bicicletta, vestito con la maglia della Faema, seguito in macchina dal suo autista personale. Arrivava in clinica, faceva la doccia e poi iniziava a lavorare.

Adesso mi dispiace di non aver accettato: avrei un ricordo dal valore inestimabile”.
Coppi non terminò mai le sue cure; nel dicembre del 1959 contrasse, durante una battuta di caccia nell’Alto Volta (attuale Burkina Faso), la malaria: non diagnosticata in tempo utile portò a morte il Campionissimo il 2 gennaio del 1960, a soli quarant’anni.

La Dama Bianca mandò a Branchini, qualche anno dopo, l’immaginetta-partecipazione della Prima Comunione del figlio Faustino Coppi, con la scritta “Al caro prof. Branchini quale ricordo”.
La conservo tuttora fra i miei oggetti più cari. ●