A colloquio con il professor Angelo Tagliabue

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Angelo Tagliabue, classe 1958, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche e direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dal 1 novembre 2018 è Magnifico Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria per il sessennio 2019-2024
Angelo Tagliabue, classe 1958, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche e direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dal 1 novembre 2018 è Magnifico Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria per il sessennio 2019-2024

Angelo Tagliabue, classe 1958, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche e direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dal 1 novembre 2018 è Magnifico Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria per il sessennio 2019-2024. Tagliabue si è specializzato in Odontostomatologia nel 1987 all’Università di Pavia e nel 1996 in Ortognatodonzia e Gnatologia alla Scuola di Varese. Dal 2009 è stato direttore di dipartimento prima di Scienze chirurgiche ricostruttive, poi di Scienze chirurgiche e morfologiche, dipartimento che si è evoluto e ampliato nell’attuale Medicina e chirurgia. Dal 2005 è presidente del consiglio di corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria.

Angelo Tagliabue, classe 1958, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche e direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dal 1 novembre 2018 è Magnifico Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria per il sessennio 2019-2024
Angelo Tagliabue, classe 1958, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche e direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dal 1 novembre 2018 è Magnifico Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria per il sessennio 2019-2024

P

rofessor Tagliabue, quali sono i punti di forza della formazione accademica nel nostro Paese?

Una caratteristica che ritengo significativa è la diffusione: le università in Italia sono presenti in circa 170 città e questo, oltre a ridurre l’inconveniente della mobilità studentesca, consente una partecipazione di valore al tessuto sociale, imprenditoriale e cultuale del territorio.

Un’altra caratteristica estremamente positiva è che la maggior parte degli atenei sono pubblici e dunque è consentito a tutti di poter intraprendere gli studi accademici. Al riguardo vorrei sottolineare che l’Insubria è in settima posizione nella graduatoria nazionale per laureati senza genitori con laurea: il ruolo di ascensore sociale delle università pubbliche è dunque di particolare valore. Dico questo consapevole che il futuro di ogni Paese è legato ai giovani e noi abbiamo la fortuna di lavorare a tale prezioso aspetto.

A proposito di differenze con gli atenei europei cosa possiamo dire?

Le differenze in termini di qualità sono esigue, come confermano le più recenti valutazioni internazionali. Il Times Higher Education World University Rankings, che riconosce come eccellenze insindacabili Oxford, California Institute of Technology e Cambridge, accoglie in graduatoria 45 atenei italiani facendo sì che il nostro Paese sia il terzo più rappresentato in Europa e l’ottavo nel mondo: l’Insubria si colloca nel gruppo tra le posizioni 501 e 600, prime italiane la Scuola Superiore Sant’Anna, la Normale di Pisa e l’Università di Bologna. Il Center for World University Rankings ha valutato 20mila atenei, ne ha selezionati duemila, di cui 66 italiani, e ha inserito l’Insubria alla posizione 826, cioè nel top 4.2% delle università al mondo. Questi numeri si raggiungono grazie a bravi e preparati docenti, come dimostrano i recenti dati del Miur relativi all’Abilitazione Scientifica Nazionale, procedura tramite la quale i ricercatori e i professori vengono valutati, dal punto di vista della qualità scientifica: siamo in terza posizione con il 60,6% di abilitati, in prima posizione per la percentuale di docenti vincitori del concorso di avanzamento di carriera, ovvero il 47%, e i ricercatori a tempo indeterminato vincitori di abilitazione sono il 56%, in linea con i migliori atenei italiani.

Qual è il suo punto di vista in merito al numero chiuso previsto per l’accesso alle facoltà di medicina e di odontoiatria? Pensa che sia realmente selettivo e meritocratico o, come sostengono alcuni, ingiusto e penalizzante?

Ritengo che il numero chiuso sia necessario: è opportuno che il numero degli studenti sia proporzionato alla capacità degli atenei di erogare una formazione adeguata in termini di strutture e corpo docente. Medicina e odontoiatria non si possono insegnare esclusivamente in aula, è obbligatoriamente necessaria una formazione sul campo che richiede corpo docente e strutture sanitarie adeguate.

In effetti sarebbe auspicabile una modifica alle modalità di selezione degli accessi ai corsi di laurea sanitari a numero programmato. Essere medici e odontoiatri presuppone anche doti etiche e umane che non si riescono a ponderare con quiz culturali o di logica; un colloquio integrativo potrebbe essere la soluzione.

Al riguardo mi piace richiamare il ruolo educativo degli atenei. È chiaro che si debbano istruire i nostri studenti, trasmettere loro il sapere, la cultura e analogamente formarli al lavoro tecnico, dare forma rispetto alla professione di odontoiatra o medico. Tuttavia, molto dovrebbe essere fatto sul piano educativo. Il conferimento di valori intellettuali, spirituali e morali è un obiettivo che penso possa essere tra le mission del nostro ateneo. Avere la consapevolezza che istruzione e educazione richiedano processi formativi differenti potrebbe essere un salto di qualità non indifferente per il conferimento di un nuovo ruolo del nostro Ateneo, in particolare nella attuale attenzione verso il capitale umano.

I neolaureati trovano un’adeguata collocazione nel mondo del lavoro?

Secondo i recenti dati di Almalaurea nel 2018 il tasso di occupazione, a un anno dal conseguimento del titolo, è pari al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra i laureati di secondo livello del 2017. Il confronto con le precedenti rilevazioni evidenzia un miglioramento del tasso di occupazione quantificabile in 6,4 punti percentuali per i laureati di primo livello e 4,2 punti per i laureati di secondo livello. Nel 2018, a cinque anni dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è pari all’88,6% per i laureati di primo livello e all’85,5% per i laureati di secondo livello.

Presso il nostro Ateneo il tasso di occupazione dopo un anno dalla laurea è dell’82,2%; interessante notare che il 61% degli occupati considera la laurea molto importante per il lavoro svolto, tanto che, la maggior parte, dichiara di utilizzare nel proprio lavoro le competenze acquisite all’università. La retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è in media pari a 1.169 euro per i laureati di primo livello e 1.232 euro per i laureati di secondo livello. Rispetto all’indagine del 2014 le retribuzioni hanno un aumento di circa il 13%.

I dati positivi però non sono ancora in grado di colmare la perdita retributiva registrata per la crisi economica che tra il 2008 e il 2014 ha portato ad una riduzione del dato di circa il 20%.

Nei prossimi anni si prevede una sensibile carenza di medici nel nostro Paese. Quali soluzioni devono essere adottate per evitare il problema?

Mi sembra ovvio che si debba aumentare il numero di iscritti nelle Scuole di Medicina, necessariamente aumentando gli investimenti per il reclutamento dei docenti e l’adeguamento numerico delle strutture sanitarie adeguate alla formazione. Si potrebbe pesare che tale incremento vada verso gli atenei pubblici, tuttavia ritengo che la formazione accademica privata sia un valore particolarmente rilevante.

Secondo il suo parere, attraverso quali iniziative è possibile incentivare la collaborazione tra università e industria?

Sarà necessario guardare ai nuovi sviluppi tecnologici e alle evoluzioni delle esigenze del paziente, avvicinandosi e collaborando con l’industria dotata di centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia. Penso non solo alla odontoiatria digitale, sulla quale da tempo abbiamo attivato un master ad hoc, ma anche alle nuove tecnologie merceologiche. La consapevolezza che formiamo i professionisti del domani ci deve imporre a non formali con le attuali conoscenze, piuttosto con quelle future anche con la collaborazione delle aziende.

L’Università dell’Insubria di Varese: 7 dipartimenti, 37 corsi di laurea, 8 corsi di dottorato, 10 scuole di specializzazione. 11.619 studenti: 44,3% provenienti da Varese, 23,4% da Como e 32,2% dal resto dell’Italia.