L’aumento dell’età media della popolazione porta a una crescente incidenza di numerose e diverse malattie sistemiche, spesso associate a edentulia parziale o totale. In particolare, il diabete gioca un ruolo significativo nella riabilitazione implantoprotesica dei pazienti, in quanto ha un effetto diretto sul cavo orale.
Lo scopo di questo case report è quello di illustrare il tasso di sopravvivenza implantare, la perdita di osso marginale e le eventuali complicanze intra e postoperatorie in pazienti con diabete di tipo II, sottoposti a riabilitazione protesica fissa secondo la metodica all-on-four, in uno studio retrospettivo con un anno di follow-up.
Il paziente, affetto da diabete di tipo II, presentava regioni edentule e denti residui compromessi in entrambe le arcate. Considerando la necessità di una riabilitazione fissa e la grave perdita ossea nei settori mascellari e mandibolari posteriori, abbiamo optato per una riabilitazione basata su un numero ridotto di impianti, secondo la metodica “all-on-four”.
Durante il periodo di follow-up, sono stati eseguiti dei controlli a una settimana dall’intervento, a sei mesi dallo stesso e per i successivi 24 mesi, una volta all’anno. Tali controlli erano volti a valutare la sopravvivenza dell’impianto e la perdita di osso marginale. Eventuali complicanze intra e postoperatorie sono state rilevate per valutare e monitorare il paziente. L’igiene professionale è stata eseguita ogni quattro mesi dopo l’intervento.
Nessun impianto è stato perso durante il periodo di follow-up. La perdita ossea marginale era compatibile con i risultati riscontrati in letteratura relativi alle riabilitazioni protesiche su impianti in pazienti sani. Non sono state segnalate complicanze intra e postoperatorie.
Mantenendo un buon controllo glicemico, in grado di favorire la compensazione del diabete, l’inserimento degli impianti può essere considerata una procedura sicura.
Al fine di favorire la sopravvivenza implantare e di identificare precocemente le complicanze, risulta fondamentale il monitoraggio costante del paziente e la sua aderenza ad un rigido protocollo igienico.
INTRODUZIONE
L’aumento dell’età media della popolazione ha portato a un aumento dell’incidenza di diverse malattie sistemiche come il diabete. Allo stesso tempo, potrebbe essere sempre più necessaria la riabilitazione fissa in pazienti con edentulia parziale o totale con patologie sistemiche, associate all’aumento dell’età media (1, 2).
Il diabete mellito è una malattia metabolica complessa, definita dall’ADA (American Diabetes Association) come un gruppo di malattie metaboliche caratterizzate da elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia) che derivano dall’incapacità dell’organismo di produrre o utilizzare l’insulina (3).
Esistono quattro tipi di diabete: il diabete di tipo I, una malattia autoimmune caratterizzata da una carenza assoluta di insulina, causata dalla distruzione delle cellule ß pancreatiche, che colpisce circa il 5-10% della popolazione e tende a manifestarsi in giovane età; il diabete di tipo II, causato dall’associazione tra una resistenza periferica all’azione dell’insulina e un’inadeguata risposta secretoria delle cellule ß pancreatiche (“deficit relativo di insulina”), rappresenta la maggioranza dei casi di diabete a esordio tardivo; diabete indotto da farmaci o sostanze chimiche; e diabete gestazionale (4).
Il diabete ha un effetto diretto sul cavo orale, manifestandosi attraverso microangiopatia, alterata risposta immunitaria e cambiamenti nella composizione salivare (5). Nei casi di riabilitazioni implantari, il diabete, potrebbe interferire con i normali processi di osteointegrazione, in quanto lo stato di iperglicemia ha un effetto negativo sulla regolazione osteoblastica e sui valori BIC (Bone Implant Contact) (6, 7).
Il trattamento del paziente diabetico può presentare due diversi tipi di complicanze: quelle intraoperatorie e quelle postoperatorie. Il primo gruppo comprende la crisi ipoglicemica, mentre il secondo comprende mucositi, perimplantiti, mancata osteointegrazione dell’impianto e scarsa guarigione delle ferite (8).
La crisi ipoglicemica è definita come una conseguenza acuta della malattia diabetica e di solito si verifica quando il paziente non ha assunto i farmaci cationici regolarmente o quando non mangia adeguatamente prima dell’appuntamento (9).
La mucosite e la perimplantite sono definite come lesioni infiammatorie dei tessuti che circondano un impianto. La mucosite perimplantare è definita come una lesione infiammatoria limitata alla mucosa circostante un impianto, mentre la perimplantite è definita come una lesione infiammatoria della mucosa che colpisce l’osso di supporto con conseguente perdita di osteointegrazione, causando quindi una probabile diminuzione del successo implantare (10). La mancata osteointegrazione dell’impianto è un’altra complicanza postoperatoria che si può verificare. L’osteointegrazione implica una connessione salda, diretta e duratura tra l’osso vitale e gli impianti in titanio (11).
In conclusione, ricordiamo l’incompleta guarigione dei tessuti molli, causata da elevati livelli di glucosio nel sangue e dalla glicazione proteica non enzimatica, che porta alla formazione di AGE (12) che altera la permeabilità dell’endotelio, rilascia citochine infiammatorie e fattori di crescita e aumenta l’espressione di molecole di adesione e chemochine, portando così a un ritardo nella guarigione delle ferite (13,14).
Lo scopo di questo case report è stato quello di illustrare il tasso di sopravvivenza dell’impianto, la perdita ossea marginale e le possibili complicanze intra e post- operatorie, ad un anno dall’intervento, in pazienti con diabete di tipo II sottoposti a riabilitazione protesica fissa, secondo la metodica all-on-four.
Caso clinico
Una donna di 60 anni si è presentata presso il Dipartimento di Odontoiatria dell’IRCCS Ospedale San Raffaele con il desiderio di sottoporsi a una riabilitazione implantoprotesica dell’arcata inferiore. Alla paziente è stato sottoposto un questionario anamnestico dal quale risultava che soffriva di patologia diabetica di tipo II. Per valutare lo stato della malattia si è deciso di eseguire esami di laboratorio in cui sono stati analizzati i valori di Hba1c 7% (emoglobina glicosilata) e livelli glicemici <180 mg/dl. I risultati degli esami erano normali e il diabete risultava sotto controllo, rendendo la paziente un’ottima candidata per la terapia implantare. La vista frontale del sorriso del paziente può essere osservata in figura 1.
L’esame intraorale ha evidenziato la presenza di una protesi incongrua ancorata ad elementi dentali che funzionavano da monconi protesici (fig. 2). Tra le varie opzioni terapeutiche, data la presenza di zone edentule, è stata considerata la più valida, l’inserimento degli impianti secondo la metodica “all-on-four”. Dopo la firma del consenso informato e il trattamento implantoprotesico, il paziente è stato messo a conoscenza delle possibili conseguenze intra e post-operatorie.

Nella fase preoperatoria è stata effettuata una seduta di igiene orale professionale; successivamente sono state prese le impronte convenzionali per i modelli di studio che sono stati utilizzati anche per la componente protesica del trattamento. Sono seguiti degli accertamenti radiografici tra cui un’OPT (ortopantomografia, esame di primo livello) che ha permesso una valutazione complessiva dei mascellari (fig. 3), tuttavia solo dopo aver eseguito una CBCT (Cone Beam Computed Tomography, esame di secondo livello), è stato possibile valutare il volume osseo del mascellare superiore. Dopo aver classificato attentamente la densità ossea del paziente, definita D3, ed eseguito attentamente tutte le procedure preoperatorie, è possibile programmare l’intervento chirurgico. Un’ora prima dell’intervento chirurgico, sono stati somministrati 2 g di amoxicillina e acido clavulanico (Augmentin, GlaxoSmithKline, Bruxelles, Belgio) come misura preventiva. La fase chirurgica è stata eseguita in anestesia locale (Optocaina 20 mg/ml con adrenalina 1:80.000; Molteni Dental, Firenze, Italia). Alcuni elementi dentali ritenuti hopeless sono stati avulsi (fig. 4).


L’arcata mandibolare edentula è stata incisa tramite un’incisione crestale e due incisioni di rilascio verticali, partendo dal primo molare fino al lato controlaterale ed è stata eseguita una dissezione sottoperiostale sulle superfici linguali e vestibolari (fig. 5).

È stato poi sollevato un lembo vestibolare a tutto spessore per esporre la parete ossea vestibolare e ottenere una visione ottimale del forame mentoniero (fig. 6).

Una volta eseguite le incisioni e sollevati i lembi, è stato possibile posizionare l’impianto. Nell’arcata inferiore, i due impianti posteriori (dimensioni lunghezza e diametro) (TTx, Winsix, Biosafin, Ancona, Italia) sono stati posizionati bilateralmente, nella porzione anteriore al forame mentoniero (fig. 7). È importante sottolineare che, seguendo il protocollo all-on-four, gli impianti posteriori vengono inseriti seguendo una traiettoria inclinata di circa 25-30 gradi rispetto al piano occlusale; emergono infatti a livello del secondo premolare, in modo da diminuire la lunghezza del cantilever e mantenere una grande distanza tra gli impianti. Gli impianti centrali, invece, vengono inseriti seguendo una traiettoria perpendicolare al piano occlusale (fig. 8).


Il torque d’inserimento era compreso tra 30 e 40 Ncm prima del posizionamento definitivo dell’impianto, ottenendo così un’elevata stabilità primaria e una funzionalità immediata.
Per compensare la mancanza di parallelismo tra gli impianti posteriori e la vite protesica sono stati posizionati abutment angolati (Extreme Abutment, EA Winsix, Biosafin) a 30°. Gli impianti anteriori invece sono stati fissati a 17° per consentire un accesso ottimale per la vite protesica (fig. 9).

Dopo questi passaggi, fondamentali per la parte protesica, il lembo precedentemente sollevato è stato riposizionato e suturato con una sutura non riassorbibile 4-0 (Vicryl; Ethicon, Johnson & Johnson, New B runswick, NJ, USA), (fig. 10). Immediatamente dopo l’intervento chirurgico, è stata eseguita un’OPT per verificare il corretto posizionamento degli impianti (fig. 11).


È iniziata successivamente la fase protesica, che prevedeva la consegna di una protesi provvisoria e la presa delle impronte per la realizzazione di quella definitiva: poche ore dopo l’intervento chirurgico, è stata consegnata una protesi provvisoria in acrilico con dieci elementi, avvitata e rinforzata con metallo (nelle protesi provvisorie non sono stati utilizzati cantilever).
Il torque per il serraggio delle viti protesiche era di 20 N. I fori d’accesso delle viti sono stati infine coperti con resina provvisoria (Fermit, Ivoclar Vivadent, Naturno, Bolzano, Italia) (fig. 12).

Dopo circa quattro mesi dall’intervento verrà consegnata la protesi definitiva e, a differenza della protesi provvisoria, quest’ultima presenterà un’occlusione riproducente la dentatura naturale del paziente, avrà cioè un cantilever distale al primo molare.
Le indicazioni post-chirurgiche includevano l’uso di una medicazione e il risciacquo con una soluzione contenente clorexidina digluconato (0,12% o 0,2%), due volte al giorno per 10 giorni. Inoltre, è stato raccomandato l’uso di 1 g di amoxicillina e acido clavulanico (Augmentin, GlaxoSmithKline) due volte al giorno per 7 giorni dopo l’intervento chirurgico e farmaci antinfiammatori non steroidei qualora fosse ritenuto necessario (Ibuprofene 600 mg, Brufen, Abbott Laboratories, Chicago, IL, USA). Infine, è stato consigliato al paziente di seguire una dieta liquida e di evitare qualsiasi trauma da spazzolamento nel sito chirurgico, nonché di fumare. Il paziente è stato sottoposto ad una visita di controllo dopo una settimana e durante la stessa sono state rimosse le suture (fig. 13).

Follow-up
È stata effettuata una visita di follow-up ad una settimana dall’inserimento dell’impianto, al fine di valutare il paziente tramite esame clinico e radiografico. Successivamente, le visite sono state effettuate a tre mesi, a sei mesi e poi ad un anno dall’inserimento degli impianti. Il paziente è stato istruito, da un igienista dentale, circa il controllo meccanico della placca utilizzando uno spazzolino elettrico o manuale, spazzolini interprossimali e Super Floss (Oral B, Procter & Gamble, Cincinnati, OH, USA). Le procedure di igiene orale professionale venivano invece eseguite ogni tre mesi, dopo il posizionamento dell’impianto.
Parametri valutati
Tasso di sopravvivenza degli impianti
Il tasso di sopravvivenza dell’impianto si basa sul numero di impianti che non sono stati persi o rimossi durante il periodo di follow-up (15).
Perdita ossea marginale
Le radiografie intraorali sono state eseguite dopo l’inserimento dell’impianto utilizzando la tecnica dei coni paralleli, a tre, sei, dodici mesi e ad un anno. Per valutare la progressione dell’osso marginale, le misurazioni sono state eseguite utilizzando il software Digora 2.5 (Soredex, Tuusula, Finlandia). Lo strumento è stato dapprima calibrato (pixel/mm), utilizzando come unità di misura il diametro degli impianti, successivamente sono state misurate le variazioni di altezza dell’osso marginale perimplantare rispetto alla parte più coronale della fixture implantare e il punto di contatto tra la fixture implantare e la cresta marginale.
Per valutare l’osso, è stata considerata come punto di riferimento, una linea che passa al di sopra della spalla dell’impianto, da cui è stata tracciata una linea parallela all’asse lungo dell’impianto fino al punto più coronale in cui l’osso è entrato in contatto con l’impianto, sia mesialmente che distalmente. Il software ha fornito automaticamente la distanza tra i due punti misurata in millimetri. Per ridurre l’errore umano, questa misurazione è stata effettuata da diversi operatori ed è stata considerata la media delle tre misurazioni. Successivamente, per calcolare il livello dell’osso marginale, è stata effettuata una misurazione mesiale, una misurazione distale e quindi è stata calcolata la media del mesiale, del distale e della media tra i due valori di un singolo sito implantare.
Complicanze intraoperatorie e postoperatorie (tab. 1)
RISULTATI
Tasso di sopravvivenza dell’impianto
Nel caso clinico presentato, il paziente diabetico sottoposto a riabilitazione implantare, ha presentato esami di laboratorio idonei all’inserimento dell’impianto. Nessun impianto è stato perso durante il periodo di follow-up. Si afferma che il tasso di sopravvivenza, a due anni dall’intervento, è stato del 100% (16,17).
Perdita ossea marginale
Sia gli impianti assiali che quelli inclinati hanno mostrato una perdita ossea marginale paragonabile a quella del paziente sano (17-19) (tab. 2).
Complicanze intra e postoperatorie
Il paziente, grazie ad un adeguato controllo glicemico (20), non ha avuto crisi ipoglicemiche durante l’intervento chirurgico. Durante il follow-up non sono stati osservati segni clinici di mucosite e perimplantite. Ciò è stato reso possibile dall’inserimento del paziente in un programma di mantenimento di igiene orale professionale e di controllo della patologia diabetica (21). La letteratura suggerisce che la mucosite è causata dall’accumulo di biofilm che interrompe l’omeostasi ospite- microbo nell’interfaccia impianto-mucosa, provocando una lesione infiammatoria.
La mucosite è una condizione reversibile, quindi la rimozione ottimale del biofilm è un prerequisito per la prevenzione e la gestione della stessa (22). Sulla base di queste considerazioni si è convenuto che i controlli clinici e radiografici periodici debbano essere sempre eseguiti dopo l’inserimento dell’impianto per consentire l’eventuale diagnosi di mucosite e perimplantite. Le radiografie intraorali, effettuate durante il periodo di follow-up, hanno confermato l’avvenuta osteointegrazione. Presentavano un contatto intimo tra osso e impianto, con un’apparente assenza di tessuto fibroso interposto. L’osteointegrazione degli impianti del paziente è stata favorita dal corretto posizionamento dell’impianto, basato sulla stabilità primaria, ottenuta con un torque di inserimento di 30 N (23).
DISCUSSIONE
In base alle considerazioni cliniche esaminate, sarà necessario seguire un percorso diagnostico adeguato, per ottenere un risultato predicibile della terapia implantoprotesica del paziente diabetico. Durante la prima visita, infatti, l’anamnesi medica e odontoiatrica generale gioca un ruolo cruciale e consente al clinico di raggiungere un’adeguata conoscenza dello stato di salute generale e dentale del paziente (24). All’anamnesi segue un esame extra e intraorale, ponendo particolare attenzione non solo agli elementi dentari presenti nel cavo orale ma anche ai tessuti molli che circondano il dente o localizzati sulle creste edentule (25, 26). Prima che un paziente diabetico si sottoponga ad un intervento di chirurgia orale è necessario stabilire il tipo di diabete ed il grado di controllo glicemico. Robertson C. et al., in una revisione della letteratura, descrivono i criteri per stabilire la diagnosi di diabete e per identificare i soggetti ad alto rischio di sviluppare la malattia. Essi suggeriscono che, se i pazienti con diabete controllato mantengono un valore di Hba1c <7%, allora sarà possibile procedere con l’intervento chirurgico (27). Nella revisione della letteratura, di Ramu C. et al., vengono riportate le indicazioni alla profilassi antibiotica nello studio odontoiatrico. Per i pazienti con diabete non controllato, la profilassi antibiotica è considerata obbligatoria poiché sono più suscettibili alle infezioni orali. Nei pazienti con diabete controllato, invece, è consigliata la profilassi antibiotica, sia in caso di interventi chirurgici minori che maggiori (28). Per questi motivi, in accordo con gli autori, al paziente sono stati somministrati 2 g di amoxicillina e acido clavulanico un’ora prima dell’intervento, a scopo preventivo. La complicanza più grave che un paziente diabetico può riscontrare durante un intervento di chirurgia orale è la crisi ipoglicemica. Per evitare ciò, è importante assicurarsi che il paziente abbia assunto i farmaci abituali e mangiato regolarmente prima dell’appuntamento (29).
Se il paziente perde conoscenza a causa di una crisi ipoglicemica, è necessario cercare assistenza medica; inoltre deve essere iniettata una soluzione di 25-30 ml di destrosio al 50% o 1 mg di glucagone per via endovenosa; il glucagone può anche essere somministrato per via intramuscolare o sottocutanea (30). Secondo Kidambi S. et al., i pazienti in terapia con antidiabetici orali hanno un rischio inferiore di sviluppare crisi ipoglicemiche rispetto a quelli in terapia con insulina (31). Holmstrup P. et al. precisano che, essendo il diabete mellito uno stato infiammatorio sistemico, spesso associato a parodontite, in caso di riabilitazione implantare il paziente può avere un aumentato rischio di sviluppare mucosite e perimplantite (32). In letteratura la correlazione tra iperglicemia e rischio di perimplantite è ancora oggetto di discussione. Alberti A. et al., nel loro studio retrospettivo, hanno valutato l’influenza del diabete sulla perimplantite e sul fallimento dell’impianto. Sono stati considerati 204 pazienti, trattati con 929 impianti. Di questi, 19 erano pazienti diabetici e la maggior parte di loro mostrava un buon controllo della malattia diabetica al momento dell’intervento chirurgico di impianto. Tra i pazienti diabetici solo uno presentava perimplantite e un altro presentava un aumento dei fallimenti implantari. I risultati di questi autori non hanno mostrato alcuna associazione tra perimplantite, diabete mellito e fallimento dell’impianto (33). Al contrario, Rekawek P. et al, nel loro studio di coorte retrospettivo, hanno esaminato 286 pazienti trattati con 748 impianti e hanno scoperto che i pazienti diabetici avevano un rischio maggiore di perimplantite. Tuttavia, questo rischio può essere contrastato inserendo i pazienti in un regime di mantenimento con visite regolari e sessioni di igiene orale professionale (34).
Un altro aspetto clinico interessato dal diabete è l’osteointegrazione degli impianti. Nello studio retrospettivo caso-controllo di Sghaireen MG. et al. Sono stati inclusi 257 soggetti, 121 con e 136 senza diabete; il diabete è stato definito ben controllato con un HbA1c inferiore all’8%. Il fallimento dell’impianto nel processo di osteointegrazione è stato osservato in 17 casi nel gruppo diabetico (4,5%) e in 16 casi nel gruppo di controllo (4,4%), per cui si è conclusa una differenza non significativa (p = 0,365) (35). Schwarz F. et al., nel loro studio retrospettivo di coorte, hanno valutato il carico immediato in un paziente con diabete di tipo II. In 108 pazienti diabetici, gli impianti caricati immediatamente hanno mostrato una sopravvivenza identica a quelli inseriti dopo 3 mesi (100% ciascuno) (36). Nei soggetti diabetici, l’iperglicemia persistente sopprime l’attività osteoblastica e altera la risposta dell’ormone paratiroideo che regola il metabolismo del calcio e del fosforo (37), diminuisce la formazione di collagene, induce l’apoptosi nelle cellule del rivestimento osseo e aumenta l’attività osteoclastica con conseguente perdita ossea (38). La riduzione del contatto osso-impianto conferma che il diabete inibisce l’osteointegrazione, a meno che l’iperglicemia non venga trattata terapeuticamente e non vengano mantenuti livelli normali di glucosio (39). Nell’articolo di Khan N. et al. sembra che gli autori non fossero favorevoli all’inserimento di impianti dentali in pazienti con diabete mellito a causa dell’alto tasso di fallimento dovuto alla scarsa guarigione delle ferite e al metabolismo osseo compromesso (40). Livelli elevati di glucosio nel sangue e la glicazione non enzimatica delle proteine portano alla formazione di AGE (prodotti finali della glicazione avanzata) (40).
Gli AGE alterano la permeabilità dell’endotelio, rilasciano citochine infiammatorie e fattori di crescita, aumentano l’espressione di molecole di adesione e chemochine, portando così alle complicanze microvascolari e alla ritardata guarigione delle ferite (41).
Nello studio retrospettivo di Alberti et al., non è stata evidenziata alcuna differenza nella sopravvivenza dell’impianto (tasso di sopravvivenza) dopo 10 anni nei pazienti con diabete (tasso di sopravvivenza 96,5%) rispetto ai pazienti senza diabete mellito (tasso di sopravvivenza 94,8%) (42). Secondo la revisione della letteratura di Naujokat H. et al., nei primi anni dopo l’inserimento dell’impianto, il tasso di sopravvivenza degli impianti nei pazienti con diabete controllato non differisce da quello dei non diabetici. Tuttavia, se osservato a lungo termine, circa vent’anni, il tasso di sopravvivenza dell’impianto è ridotto nei pazienti con diabete controllato rispetto ai pazienti non diabetici (43).
Lorean A. et al., nel loro studio retrospettivo, hanno riferito che i pazienti con valori di HbA1c elevati (da 8,1% a 10,0%) presentavano una perdita ossea marginale maggiore rispetto a quelli con valori di HbA1c inferiori (44). In accordo con ciò, Souto-Maior JR et al., attraverso una revisione sistematica della letteratura, affermano che è possibile osservare una perdita ossea marginale che influisce sull’osteointegrazione (45). I fattori che possono contribuire al fallimento dell’impianto, come già descritto, sono molteplici. Tuttavia, secondo la revisione scientifica di Mombelli et al., la placca batterica ha un ruolo negativo sulla salute dei tessuti orali perimplantari; infatti, la base di una corretta gestione della flora batterica è l’igiene orale domiciliare supportata da servizi professionali (46). È necessario sottolineare quanto sia di fondamentale importanza la sinergia tra odontoiatra e igienista dentale nell’ambito di una riabilitazione implantare di successo, che, a maggior ragione nel trattamento e nel monitoraggio di pazienti con patologie sistemiche, deve esprimersi per le potenzialità rischi di eventuali complicanze preoperatorie, intraoperatorie e postoperatorie (47, 48).
CONCLUSIONI
Questo case report potrebbe dimostrare che le riabilitazioni implantoprotesiche nel paziente totalmente edentulo con diabete compensato si possono eseguire con sicurezza, tuttavia dovrebbero essere eseguiti ulteriori studi clinici per confermare tale risultato.
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The patient, affected by type II diabetes, presented edentulous regions and compromised residual teeth in both arches. Considering the need for a fixed rehabilitation and the severe bone loss in the maxillary and posterior mandibular sectors, we opted for a rehabilitation based on a reduced number of implants, according to the “all-on-four” method. During the follow-up period, check-ups were performed one week after surgery, six months after surgery, and for the following 24 months, once a year. These check-ups were aimed at evaluating implant survival and marginal bone loss. Any intra- and post-operative complications were recorded to evaluate and monitor the patient. Professional hygiene was performed every four months after surgery.
The increase in the average age of the population leads to an increasing incidence of numerous and different systemic diseases, often associated with partial or total edentulism. In particular, diabetes plays a significant role in the implant-prosthetic rehabilitation of patients, as it has a direct effect on the oral cavity. The aim of this case report is to illustrate the implant survival rate, marginal bone loss and any intra- and post-operative complications in patients with type II diabetes, undergoing fixed prosthetic rehabilitation according to the all-on-four method, in a retrospective study with a one-year follow-up.
No implants were lost during the follow-up period. Marginal bone loss was compatible with the results found in the literature regarding prosthetic rehabilitations on implants in healthy patients. No intra- and post-operative complications were reported.
Maintaining good glycemic control, capable of promoting diabetes compensation, implant insertion can be considered a safe procedure. In order to promote implant survival and identify complications early, constant monitoring of the patient and his/her adherence to a strict hygiene protocol is essential.




